Consapevolezze
(marzo 2012)
«Noi non ci
conosciamo, mi sembra.»
«No, dottore,
infatti sono venuta a presentarmi.»
«Prego, si
accomodi.»
Nel frattempo, ho
tirato fuori dalla borsa le cartelle mediche, con lentezza, e le ho
sistemate meticolosa sulla scrivania, rivolte verso di lui.
«Prendo molti
medicinali, dottore» gli spiego, cercando di sostenere il suo
sguardo «non volevo venire qua a farmi fare delle ricette senza
spiegarle il motivo» continuo «sa, sono stata ricoverata nella
primavera del 2009, per tre settimane, e queste sono le mie cartelle
cliniche.»
Il medico apre le
buste e comincia a leggere i fogli.
«D’accordo»
spezza il silenzio, infine, tornando a guardarmi «leggerò questa
documentazione, ma lei cos’ha da dirmi?»
«Cosa vuole che le
dica?» rispondo sulle spine «sono stata ricoverata in una clinica
psichiatrica, a Modena. Per Depressione Maggiore, c’è scritto. Io
non so spiegarle quello che sia successo davvero; l’ho chiesto
spesso ai medici, ma sono sempre stati evasivi. Non saprei che dirle
e proprio per questo le ho portato...»
«So leggere
benissimo le sue cartelle cliniche» mi interrompe, capendomi al volo
«ma ogni individuo è una storia a sé e vorrei che lei mi parlasse
della sua perché, se io leggo, mi perdo i suoi sguardi, le sue
emozioni, la sua personale versione che, converrà, è più
importante di qualsiasi cartella clinica. È d’accordo?»
«Penso di sì…»
Cerco di spiegargli
i motivi che mi hanno portata in clinica e come abbia vissuto questo
episodio. Mi ascolta attento, poi mi fa una domanda che non capisco
subito.
«Non c’è scritto
solo Depressione Maggiore, lo legge? Cosa c’è scritto?»
«C’è scritto
disturbi di personalità con tratti riferibili al Cluster B» cito a
memoria corrugando la fronte. Quella cartella l’ho studiata più e
più volte per cercare un significato ai miei comportamenti.
«Esatto. Ne
comprende il significato?»
Scuoto la testa,
disorientata.
«Lei è borderline»
sentenzia quasi in un sussurro affettuoso.
Piango.
Frammenti sparsi di
ricordi. Ritorno da Bologna (Mirandola 2021)
Era febbraio 2009 e
tornavo da Bologna, dove in quel periodo avevo un impiego. Che stavo
perdendo. A fine mese anche quell’avventura lavorativa si sarebbe
conclusa e pensavo a ciò avrebbe detto mia zia, con cui condividevo
le spese dell’appartamento in cui vivevo (da sola, ma grazie a
lei); riflettevo sull’idea che tutta la famiglia aveva di me: una
nullafacente sempre mantenuta da qualcuno. Fu un attimo fissare il
TIR che sopraggiungeva lungo la corsia opposta e le braccia per un
soffio non sterzarono. Non ci sarebbe voluto molto per crepare e
avrei di colpo sistemato tutti i problemi: economici, psicologici,
relazionali. Tutto soffiato via con una svolta al momento giusto.
Invece piansi e
tirai dritto. Non ero capace nemmeno di farla finita. Non ero capace
di nulla.
Era giunto il
momento di andare dalla dottoressa e spiegare che qualcosa non
andava. Ancora un po’ di lucidità mi era rimasta.
Mi prescrisse
qualche goccia di Cipralex. Sapevo che ci sarebbe voluto del tempo
perché l’antidepressivo facesse effetto, ma mi aiutò a sentirmi
già più tranquilla. Stavo male, malissimo, ma sapevo che qualcuno
vegliava su di me e questo può fare la differenza.
Il mio problema era
sempre stata quella maledetta solitudine. Non parlo di avere
fidanzati, di quelli ne avevo avuti anche troppi. Avevo avuto più
morosi che compleanni. Una serie sterminata di fallimenti emotivi che
aveva solo scavato ogni volta più a fondo il grande buco che avevo
sotto lo sterno. No, non era la solitudine sentimentale che mi
devastava. Era la solitudine esistenziale. Nessuno aveva pietà di
me, mai nessuno. Persino l’uomo che più a lungo di tutti aveva
condiviso una storia emotiva con me, non ne aveva avuta.
Ero troppo
intelligente perché qualcuno potesse compatirmi. Tutti pretendevano
il massimo o, almeno, si aspettavano che sarei stata capace di
assestarmi in una vita mediocre, ma stabile. Invece ero incapace sia
di grandi imprese che di progetti più comuni. Non riuscivo a tenermi
un compagno, non riuscivo a tenermi un lavoro e di conseguenza non
riuscivo a tenermi una casa. C’era sempre bisogno che qualcuno
corresse in mio aiuto e sapevo – e come se lo sapevo! – che
tutti, soprattutto i parenti più stretti, mi giudicavano per questo.
Persino Vieri,
il mio ex fidanzato, mi giudicava e per questi motivi non aveva
voluto dare fiducia al nostro rapporto.
Cosa ne sarebbe
stato di me?