Andrea
Pacci è uno degli uomini più ricchi della società milanese, e la
sua famiglia una delle più influenti. Credo di aver letto, una
volta, che suo nonno è stato un sindaco o qualcosa del genere. Non
vi fidate della mia parola, anche perché la mia ossessione per
quest’uomo risale a molto tempo fa e dovremmo tornare indietro di
circa tre anni, quando l’ho incontrato per la prima volta a una di
quelle feste, anche se naturalmente lui non si era nemmeno accorto di
me.
E
come avrebbe potuto, visto che era accompagnato da una delle modelle
del momento?
All’epoca
ero una sconosciuta e mi ero presentata a quella festa al braccio di
Giovanni, che mi aveva invitato per non farmi restare a casa da sola
ad annoiarmi. La campagna pubblicitaria che avrebbe cambiato la mia
vita doveva ancora uscire, e nessuno conosceva il mio nome, così
passavo completamente inosservata.
Ma
tu guarda il destino! Quella sera era successa la stessa cosa: mi ero
inciampata nell’abito da sera e mani maschili mi avevano impedito
di cadere. E no, non erano le mani del mio compagno di allora, ma le
stesse che mi hanno agguantato pochi minuti fa.
Quella
volta non era andato via, ma si era fermato a quella festa, e io lo
avevo seguito con gli occhi come una squilibrata, perché la bellezza
di quell’uomo è ineguagliabile: un metro e novanta di altezza,
un’ottantina di chili di corpo senza un grammo di grasso, una barba
folta, i capelli lisci pettinati con noncuranza e quegli occhi verdi
che sarebbero diventati il mio tormento nel corso degli anni.
Ecco
perché, quando Marta – che ora è la mia manager – mi ha
informato che Andrea Pacci in persona mi aveva richiesto come ragazza
immagine per la sua campagna, non ci ho creduto. Lui era il mio sogno
bagnato, per così dire: mi ero infatuata di un uomo che non mi aveva
prestato la minima attenzione, e adesso eccomi qui, a condividere la
mia fuga con lui.
Faccio
un respiro profondo al suono della sua voce profonda e accenno un
sorriso nervoso, perché non so cosa dire, e naturalmente esordisco
con la prima cosa che mi passa per la testa.
«Grazie.»
Andrea
mi fissa incuriosito, mi piace il suo sguardo quando si acciglia,
perché le sue sopracciglia folte sembrano unirsi.
«Per
avermi impedito di cadere, pochi minuti fa» chiarisco divertita.
Sembra
rendersi conto che sono la stessa ragazza che ha "salvato"
durante la sua scappatella. perché sorride e io, signore e signori,
vorrei imprimere quel sorriso per sempre nella mia memoria.
«Di
nulla, bambina.»
Mi
piace che mi chiami "bambina", ma suona strano visto che ha
solo cinque anni più di me. Si avvicina alla balaustra e mi si ferma
proprio accanto, il suo profumo muschiato combinato con l’odore
delle sigarette mi giunge al naso, mi fa venire voglia di aggrapparmi
al suo collo e inalare il suo profumo come una tossica.
«Ha
ragione, è una bella serata» commento.
«Alessandra
Offi,» pronuncia il mio nome come se fosse sorpreso, «non avevo
capito che fossi tu, scusa.»
Le
sue scuse mi prendono alla sprovvista e mi giro leggermente per
guardarlo. Tira una boccata dalla sigaretta, trattiene il fumo per
qualche secondo e lo espelle.
«Non
si preoccupi» rispondo.
«Penserai
che sono un ospite terribile, ma la verità è che non sopporto più
questo ambiente.»
Non
riesco a riprendermi dallo stupore, e quindi concentro la mia
attenzione sull’uomo accanto a me, osservando il suo profilo con
attenzione. È ancora l’uomo bello e misterioso di cui mi sono
innamorata la prima volta. Certo, il tempo è passato, e quell’uomo
di trenta anni ha ormai l’età di Gesù Cristo, e so dalla stampa
che non è più un assiduo frequentatore delle feste.
«Siamo
in due.»
Mi
guarda divertito e mi piacciono le piccole rughe che gli si formano
intorno agli occhi.
«Stai
scappando dalla festa che ho organizzato in tuo onore?» mi chiede,
scherzando.
Sorrido
perché non può trattarsi davvero di una coincidenza. “Dio! Tutto
questo sembra irreale”.
«Mi
sembra che lei stia facendo la stessa cosa.»
Scoppiamo
a ridere e torniamo a guardare l’infinita distesa di stelle. Non
posso credere che sto conversando con lui, per non parlare del fatto
che siamo complici: nemmeno nei miei sogni più arditi avrei
immaginato una cosa del genere.
«Fumi?»
mi chiede, offrendomi una sigaretta.
«No,
grazie.»
«Ti
dà fastiDio se lo faccio?»
«No.»
Ne
accende un’altra e all’improvviso si alza una leggera brezza che
mi fa rabbrividire leggermente; mi stringo nelle braccia e le
strofino con le mani. Lui se ne accorge e si toglie la giacca dello
smoking per mettermela sulle spalle.
«Un
vero peccato dover coprire le tue belle spalle» dice come se niente
fosse. Io arrossisco, ma cerco di nasconderlo, perché non voglio che
si accorga dell’effetto che mi provoca.
Andrea
fuma la sua sigaretta in silenzio mentre lo osservo, e stuDio ogni
suo gesto. Stiamo entrambi fuggendo dal mondo fasullo che ci circonda
e in cui siamo costretti a vivere. Ho l’impressione di dovermi
ricredere riguardo a tutto quello che penso di lui. Può darsi che
una volta fosse come me lo immaginavo, ma a quanto pare si è
stancato della vita superficiale che ha condotto in passato.
«Sai,
sei molto più bella di persona che nelle foto,» esordisce gettando
a terra il mozzicone di sigaretta, «sarai bellissima nel mio
vigneto.»
Arrossisco
di nuovo, devo sembrare un pomodoro.
«Grazie,
signor Pacci.»
Abbozza
un sorriso così perfetto da sembrare un modello per una marca di
dentifricio. Quest’uomo è un vero mistero.
«Per
favore, chiamami Andrea.»
«Preferisco
essere formale.»
«Ti
prego, il signor Pacci era mi padre. Io sono solo Andrea.»
«Va
bene, la chiamerò Andrea.»
«Immagino
che tu sia rimasta sorpresa da tutto questo bordello organizzato per
presentarti come testimonial del nuovo vino che sto lanciando. E, in
tutta onestà, sto scappando dalla festa perché mi sento soffocare
da tanta ipocrisia.»
«Anche
io sono in fuga.»
«Alessandra...»
Il tono roco con cui pronuncia il mio nome mi uccide, e al solo
sentirlo mi formicola la pelle. Se stessi scrivendo su WhatsApp,
userei la scimmietta che si copre la faccia con le mani.
«Sì?»
«Vorresti
fuggire e condividere questa notte con me?» mi domanda.
Lo
fisso per qualche secondo, rendendomi conto che ho in mano la mia
pochette e che mi manca solo il cappotto. In ogni caso, indosso la
giacca di Andrea e non ho bisogno di farmi pregare.
«Certo,
devo solo informare la mia manager.»
Sorride,
mi prende la mano, mi tira a sé e dice: «Avrai tempo lungo la
strada, ragazza.»
Quando
raggiungiamo le scale, mi solleva tra le braccia e io lancio un
gridolino, opponendo una lieve resistenza. Scoppia in una risata
ronca che fa vibrare ogni cellula del mio corpo.
«Voglio
solo impedirti di cadere, principessa.» Commenta scherzosamente e mi
porta alla macchina tra le sue braccia.
Comincio
a innervosirmi, penso che mi stia per succedere qualcosa, di trovarmi
in uno di quei sogni assurdi, e non voglio svegliarmi. Mi fa
accomodare in una stupenda BMW decappottabile piuttosto datata e mi
allaccia la cintura di sicurezza. Poi si siede accanto a me e, con un
sorriso raggiante, dice:
«Si
prepari per la notte più bella di Milano, principessa.»
Parte
a tutta velocità e io mi mordo il labbro perché so che non
dimenticherò mai questa notte.