Tiro verso l’alto il bustier che
mostra più tette di quante ne abbia mai mostrate in vita mia.
«Questa uniforme fa schifo.»
La mia miglior amica, Cali, mi guarda
con fare innocente dall’altra parte del corridoio nello spogliatoio
del Blue Casinò. «Stai bene in quell’uniforme. Dovresti
ringraziarmi.»
Il piano, dopo il college, è di
lavorare al Blue Casinò e risparmiare il più possibile prima di
cominciare la laurea specialistica in autunno. Cali dice che non
sapeva come fossero le uniformi, ma sta mentendo.
Cali è cresciuta vicino ai casinò del
Lago Tahoe. Avrebbe potuto avvertirmi e avrei scelto un ruolo
diverso, che ne so, mazziere. Invece sono diventata una cameriera di
sala, convinta che avrei attirato meno attenzione.
Visto che i miei capezzoli sono a due
centimetri dal salutare il mondo, penso di non essere così
invisibile.
Cali sta tentando di farmi ricominciare
a essere aperta a nuove possibilità da quando ho rotto con quel
viscido traditore del mio ex. Penso che intendesse emotivamente, ma,
Gesù, questo è veramente apertamente in mostra.
Le cameriere e i mazzieri donna
invadono lo spogliatoio, spogliandosi e indossando le divise pulite
che il casinò fornisce all’inizio di ogni turno. Alcune si
preparano a salire nelle sale, altre hanno finito il turno e si
vestono per andare a casa.
La donna accanto a me si infila in un
abito aderente di lamé dorato e scarpe con il tacco a spillo.
Chiaramente alcune hanno programmi più
emozionanti di me questa sera. Mi infilo i jeans e le ballerine nere.
«Prendi» dice Cali.
La fitness band, che tiene traccia
delle distanze percorse, vola per aria.
Questa settimana Cali ha deciso che
doveva fare esercizio fisico. La decisione è durata due secondi. Ha
corso cinquecento metri e ha deciso di rinunciare. A quando pare, ha
deciso che quello era il momento buono per usare le sue inesistenti
capacità atletiche per restituirmi il mio braccialetto, che vola a
più di un metro sulla destra. Mi lancio e mi appiattisco sulla
panca, riuscendo ad afferrarlo con la punta delle dita prima che si
schianti a terra.
Alzo gli occhi, esasperata. «Gesù,
sei a mezzo metro di distanza. Ma stavi lanciandolo a me, almeno?»
«Che c’è? Mi stavo solo assicurando
che i tuoi riflessi funzionassero.» Chiude il suo armadietto e si
mette la borsa sulla spalla. «Com’è andata la serata?»
Prendo un paio di altre cose e chiudo
anch’io il mio armadietto. «Hanno cominciato a chiamarmi
Biancaneve.»
Non serve dire chi. Mentre Cali fa la
bella vita imparando a fare il mazziere, io sto lavorando come una
schiava, portando pesanti vassoi con tacchi da otto centimetri e
cercando di stare al passo con le cameriere veterane. Per qualche
motivo hanno deciso di bullizzare me, tra la dozzina di nuove
cameriere stagionali.
Cali alza gli occhi, storcendo le
labbra come se stesse veramente prendendo in considerazione il
nomignolo.
Abbasso la voce mentre superiamo alcune
colleghe, uscendo dal sotterraneo del casinò: «Io non
assomiglio a una principessa».
Lei avvicina l’indice e il pollice.
«Un pochino, ma con le tette grandi.»
Apro la porta che dà sul salone del
casinò e alzo la voce per farmi sentire sopra il fragore dei
campanelli e il ronzio delle slot. A quest’ora della sera il suono
è appena sotto il livello assordante. «Non sono così grosse. Sono
sportiva. Le sportive non possono avere le tette grosse.»
Lei mi guarda scettica. «Devi essere
fiera di quelle bambine. Come me.» Sorride e fa sporgere il seno
valorizzato da Victoria’s Secret.
C’è la possibilità che abbia
ereditato il mio davanzale, come lo chiama di solito Cali, da mia
madre, che ha delle tette impressionanti. Potrei anche aver ereditato
il suo aspetto; i suoi capelli sono di un paio di tonalità più
chiari dei miei quasi neri e ha gli occhi decisamente verdi. I miei
sono nocciola, meno appariscenti. Mi piacciono i miei occhi.
Sono sicura che il nomignolo Biancaneve
ha a che vedere con i capelli scuri e il colorito pallido. Sono
altrettanto sicura che le cameriere veterane pensano che sia giovane
e ingenua e non abbastanza dura.
Consegno dieci drink mentre loro ne
consegnano venti perché, accidenti, non riesco a trovare i miei
clienti. Quegli idioti si spostano come se fossero api che stanno
impollinando le slot machine. Io uso riferimenti spaziali, se la
gente non è dove l’ho lasciata non riesco a trovarla. Quindi sì,
un po’ di nonnismo è giustificato. Ma se le altre cameriere
pensano che sia ingenua, non mi conoscono molto bene.
Nessuno che sia stato allevato da
Chantelle Dubois può restare innocente. Per l’amor del cielo,
quella donna ha cambiato il nome scegliendone uno che richiama un
bordello francese. Mi chiamo Geneviève, o Gen come mi chiamano i
miei amici, ma nonostante il culto di mia madre per qualunque cosa
ricordi la Francia, io ho mantenuto il suo cognome da nubile,
Tierney, cento per cento irlandese.
Ciò che non ho detto a Cali, perché
sembra una bastardata da dire a qualcuno che ha problemi di soldi, è
che mia madre si è offerta di pagarmi l’università. Tecnicamente
non ho bisogno di questo lavoro. Tranne che mi rifiuto di accettare
altro denaro da mia madre.
Mia madre non lavora, né abbiamo
parenti ricchi. Presumo che se la cavi con l’aiuto degli uomini
ricchi che hanno fatto provvisoriamente parte delle nostre vite da
quando riesco a ricordare. È il motivo per cui sono decisa a pagarmi
l’università e a creare una salutare distanza da tutto quello che
la concerne.
Cali mi dà un’occhiata. «Non è
giusto che ti diano un soprannome, anche se in effetti assomigli a
Biancaneve.» Faccio una smorfia, che lei ignora. «Di’ loro di
piantarla. Meglio ancora, lo farò io per te.» Allunga il collo e si
guarda intorno. «Qual è la cameriera che ha cominciato?»
Oh, merda, che ho fatto?
«Cali, non dire niente.» Lei
lo farebbe, è un’amica. Ma a volte la sua voglia di aiutarmi mi
mette nei guai. «La persona che ha cominciato è il mio supervisore.
Peggioreresti le cose.»
Lei fa spallucce. «Come vuoi.»
Superiamo l’ultima fila di slot
machine prima del bar dello sport e una cameriera con cui ho
chiacchierato per tutto il mio turno mi vede e sorride, il sorriso
radioso che ho cominciato ad associare a lei.
Nessa è piccola, arriva al metro e
sessanta solo grazie agli otto centimetri di tacco delle decolleté
nere che fanno parte della nostra uniforme da cameriere di sala: hot
pants di satin blu notte e bustier blu elettrico con le paillettes.
Al suo confronto io sono un’amazzone, con il mio metro e ottanta,
cui si devono aggiungere gli otto centimetri di tacco.
La saluto con la mano quando la
superiamo.
«Chi è?» chiede Cali.
«Nessa. Ci ha invitato a cena stasera.
Tacos. Buoni!»
Non mi sento completamente a mio agio
con gli sconosciuti, ma sarebbe carino avere un’altra amica in
città.
Cali scuote la testa. «Non posso
venire, ricordi? Ho un appuntamento su Skype con Eric. Ma tu dovresti
andare. Ti farebbe bene uscire un po’.»
Oddio, avevo dimenticato la chiamata
via Skype. Cali ha ragione che dovrei andare, ma non per il motivo
che crede lei.
Il cottage che abbiamo preso in affitto
per l’estate ha le pareti sottili. Preferirei non essere intorno
per il sesso via Skype. E il ragazzo di Cali è sulla mia lista nera.
Ci ha provato con me un paio di settimane fa, cosa che lo ha fatto
passare dalla categoria del boyfriend distratto e irritante della mia
migliore amica a una viscida serpe.
Se vado a questo ricevimento con Nessa,
prenderò due piccioni con una fava. Cali penserà che stia
cominciando a riprendermi dopo la storia con il mio ex,
soprannominato Lo Stronzo, e non dovrò mettermi i tappi nelle
orecchie per non sentire i gemiti che vibrano attraverso le pareti.
Meglio così per entrambe.
E non c’è motivo di temere che gli
uomini mi assillino come fanno quando sono al lavoro nella mia
ridottissima uniforme. È una festicciola tra amici, per non dire poi
che ho i paraocchi nei confronti del sesso maschile. Va tutto bene.
~~~
Quando parcheggio la mia berlina
malandata nel quartiere di Al Tahoe, guardo le case con le falde del
tetto arrotondate e gli scuri con gli intagli a forma di pini.
Look da finti chalet svizzeri, decido.
La casa dell’amico di Nessa ha perfino un portico con il tetto
spiovente che arriva fino a terra, che aumenta l’effetto da chalet
svizzero.
Vado all’ingresso e alzo la mano per
bussare, sentendomi claustrofobica per il tetto a pochi centimetri
dalla mia faccia, quando si spalanca la porta.
L’odore di peperoncino e unto mi
sbatte in faccia e davanti a me c’è Nessa, sorridente, con i
capelli neri diritti drappeggiati su una spalla. «Ti ho vista
arrivare.»
Esplodono delle urla dietro di lei e
sbircio sopra la sua testa; è piccola e per me è facile. Il mio
sguardo cade su un ragazzo con il cappellino da baseball indossato al
contrario che batte un pugno sul tavolo.
Nessa mi fa entrare, prende la mia
borsa e la giacca e va in un corridoio. Resto lì, un po’ agitata,
e fisso il corridoio dove è sparita, dando brevi occhiate alle due
persone dall’altra parte della stanza.
Nessa torna un minuto dopo. «Che cosa
ti porto da bere?» dice. «Zach ha le Corona in frigo e io ho
preparato dei margarita» aggiunge agitando le sopracciglia.
I margarita sembrano favolosi, ma devo
guidare. «Va benissimo l’acqua.»
Entriamo in cucina e Nessa mi riempie
un bicchiere dal rubinetto che c’è accanto al cibo che sobbolle
sul fornello il cui profumo mi fa venire l’acquolina in bocca. Mi
porge il bicchiere e torniamo dagli altri.
Il tizio con il berretto da baseball
alza le mani, esasperato, mentre parla con la bruna attraente seduta
accanto a lui. «La chiami una sorsata? Dai Mira. Quello è un sorso
da uccellino. Piantala di fare la ragazzina e bevi come un uomo.»
Sul tavolo ci sono alcune monete e al
centro un bicchiere basso e largo.
Sento un fremito di gioia. Si gioca con
i quarti di dollari, il mio gioco alcolico preferito.
Bevo da quando avevo dodici anni. Mia
madre pensava che sarei stata più sofisticata, bevendo vino con la
cena, una cosa che aveva a che fare con il suo culto per qualunque
cosa ricordasse la Francia. Il risultato è che la mia tolleranza per
l’alcol è alta. Aggiungetevi una buona coordinazione mano-occhio,
che non viene da mia madre, la cui precisione assomiglia a
quella di Cali ed è quindi praticamente inesistente, e sono la
regina quando si tratta di giocare con i quarti di dollaro.
«Zach» dice Nessa. Il ragazzo con il
cappello da baseball alza gli occhi e le sorride. Wow, un sorriso
adorante se lo leggo correttamente, anche se Nessa non ha mai parlato
di un boyfriend. «Questa è l’amica di cui ti ho parlato. Gen farà
la cameriera di sala al Blue per quest’estate.»
Riconosco Zach, è uno dei mazzieri di
blackjack. «Il cibo ha un profumo meraviglioso» gli dico.
Lui sorride. «Sono contento che sia
potuta venire. Questa è Mira.»
La ragazza accanto a lui mi rivolge un
mezzo sorriso e beve un sorso del suo drink.
«Sono Washoe» aggiunge Nessa
dandomi una gomitata. «Mira e Zach sono vecchi amici. Le loro
famiglie si conoscono da, non so, un centinaio di generazioni.»
Zach si sistema il berretto e si gratta
la fronte. I suoi folti capelli castani spuntano dal foro del
berretto. «Perché informi tutti che siamo Washoe?»
«È interessante.» Nessa gli dà
amichevolmente uno spintone e torna in cucina.
Lui scuote la testa fissando con uno
sguardo di apprezzamento la figuretta che si allontana.
Zach svuota il bicchiere dai quarti di
dollaro. «Unisciti a noi Gen. Hai mai giocato prima?»
«Sì, ma devo guidare. Ti dispiace se
non bevo?»
«Assolutamente no» risponde Zach.
«Puoi aiutarmi a far ubriacare Mira. Non diventa gentile finché non
ha bevuto un paio di bicchieri.»
Il suo commento suscita la reazione di
Mira, che gli dà un’occhiataccia che assomiglia a un broncio da
passerella perché il volto della ragazza è incredibile. I capelli
del colore del cioccolato fondente le arrivano a metà schiena e
incorniciano un volto che non è proprio a forma di cuore e nemmeno
perfettamente ovale. È simmetrico e interessante e sono francamente
gelosa dei suoi zigomi alti e definiti.
Mi siedo su una delle sedie di legno
vecchio stile intorno al tavolo e Zach mi avvicina un quarto di
dollaro. Tenendolo tra il pollice e l’indice, do un’occhiata al
bicchiere in mezzo al tavolo. Allineo il colpo e sbatto il lato del
palmo della mano sulla lucida superficie di legno.
Il quarto rimbalza sul tavolo e finisce
nel bicchiere.
«Bello!» Zach sogghigna guardando
Mira. «Abbiamo una concorrente!»
Al college usavamo una coppa dal bordo
largo per captare più quarti possibili e quindi far sbronzare la
gente più in fretta. Il piccolo bicchiere rispettabile al centro del
tavolo di Zach è così sofisticato. Mi sento molto adulta.
Lui mi passa un altro quarto e io
preparo il colpo. «Allora, Washoe? Siete nativi americani?»
Anche quel quarto finisce nel bicchiere e indico a Mira di bere.
Lei mi dà un’occhiata che mi brucia
le cornee. Per essere una ragazza così carina, dà delle occhiate
veramente diaboliche. Spero che Zach abbia ragione dicendo che il suo
atteggiamento migliora con l’alcol.
Zach annuisce. «Siamo in parte Washoe,
la tribù locale, incluso Lewis, che è in ritardo. Mira è l’unica
purosangue. Entrambi i suoi genitori vengono dalla riserva
Dresslerville. Anche se sono sicuro che nei secoli qualcuno degli
antenati di Mira ha fatto sesso con un outsider.» Le fa l’occhiolino
e lei sbuffa.
«Già» dice Mira. «Ti piacerebbe
essere un purosangue.»
Zach mi guarda e scuote la tesa come
per dire: Vedi che cosa mi tocca sopportare?
Guarda sconsolato il bicchiere pieno di
margarita in mano a Mira. «Se Gen riuscirà a far entrare il quarto
di dollaro nel bicchiere per le prossime tre volte, dovrai svuotare
il bicchiere.»
Mira lo guarda stringendo gli occhi.
«Facciamo le cinque prossime volte.»
Cinque volte. Un gioco da ragazzi.
Mira è stupendamente bella. Gli uomini
non noterebbero le altre ragazze con Mira nella stanza. Alle feste
sarebbe un perfetto cuscinetto e dato che, dopo l’ultimo boyfriend,
ho intenzione di nascondermi al sesso opposto, mi sembra una
soluzione eccellente. Ma, cavolo, questa ragazza dovrebbe sorridere
un po’.
Mira sospira sbuffando. «Lewis è un
tale stakanovista.» Il primo dei quarti di dollaro finisce nel
bicchiere. Sì! «Non riesco a credere che non sia ancora
arrivato» dice.
Zach dà un’occhiata al suo orologio.
«Arriverà.» Ping. Entra anche il secondo quarto. Ne mancano
tre. «Non esce mai dall’ufficio prima di quest’ora.»
Il mio record finora è di diciassette
quarti e quella sera ero mezza ubriaca. Sbatto il pugno sul tavolo e
la terza moneta finisce nel bicchiere. Mi sto solo scaldando.
Mira guarda Zach, irritata. «Non è
divertente. Ha detto che sarebbe venuto.»
Sta facendo il broncio? Lewis
dev’essere il suo ragazzo, e la quarta moneta finisce nel
bicchiere.
«Sarà contento suo padre.» Zach mi
guarda e io mi fermo prima del prossimo tiro. «Lewis lavora per la
ditta di costruzioni di suo padre. Praticamente la gestisce lui ora
che è tornato in città.»
Alzo la mano per il tiro finale ma il
suono della porta d’ingresso che cigola attira la mia attenzione.
Entra un tizio alto quasi come lo stipite.
«Quando si parla del diavolo» dice
Zach. «Gen, questo è Lewis.»
Per un secondo netto, la mia mente si
svuota.
Lewis chiude la porta, la camicia a
quadri tira sulle spalle ampie, ha le maniche arrotolate fin sopra i
gomiti. Da un lato, il lembo della camicia sbuca dai pantaloni, come
se l’avesse infilata in fretta e furia. Ha gli zigomi alti, la
mandibola squadrata e i capelli castano scuri che sembra aver
pettinato all’indietro con le dita.
Non è solo bello. È straordinario.
Cioè, tanto da lasciarmi stordita e muta.
Aggrotto le sopracciglia e faccio una
smorfia. Che cosa sto facendo? Ho smesso mesi fa di notare gli
uomini, quando avevo deciso che era meglio evitarli.
Mira sorride radiosa quando Lewis entra
nella stanza e io mi do mentalmente una scossa. Afferro l’ultimo
quarto e lo sbatto sul tavolo, guardandolo volare verso il bersaglio.
La moneta sbatte contro il bordo del
bicchiere e ricade sul tavolo.
La fisso incredula. Merda.
Quando alzo gli occhi, Lewis mi sta
osservando, con le sopracciglia appena aggrottate. Abbassa lo sguardo
e mi manca il fiato. Sono seduta, quindi non può vedere molto, visto
che indosso una camicia bianca aperta al collo, ma il mio battito
accelera.
Ed è strano. Il mio istinto
normalmente è di curvare le spalle e nascondermi quando la gente mi
osserva.
Lewis torna a guardarmi negli occhi e i
suoi sono scuri, neri, profondi come il lago per cui è conosciuta
questa zona. Sento le guance che si scaldano e le farfalle nello
stomaco.
Che diavolo? Evito gli uomini da
settimane. Questo è attraente, ma lo sono un mucchio di uomini.
«Ehi, Lewis» dice Zach. «Giochiamo
ai quarti. Gen sta facendo faville. Ha quasi obbligato la tua ragazza
a scolarsi il bicchiere.»
Lo sguardo di Lewis va per un attimo a
Mira, poi torna su di me.
Zach si è riferito a Mira come la
ragazza di Lewis. Ovviamente sono insieme. Di sicuro non mi
avvicinerò a Lewis, anche se ci pensassi, e non è così.
Faccio rotolare un altro quarto di
dollaro tra le dita, passo il pollice su un graffio sul tavolo, do
un’occhiata a Nessa in cucina, cerco di fissare l’attenzione su
qualunque cosa tranne Lewis che si sta avvicinando. E sto anche
facendo un buon lavoro, finché lui non alza le braccia e si passa le
dita tra i capelli.
Il mio sguardo cade sul rilievo dei
muscoli in mostra sotto le maniche arrotolate della camicia.
Sbatto gli occhi. Adesso sto ammirando
le braccia di un uomo?
Devo aver guardato troppo a lungo
perché quando alzo gli occhi lo trovo che mi fissa.
Sento il cuore che batte nelle
orecchie, cancellando ogni altro suono, ho le guance in fiamme.
Tossisco nel gomito per nascondere la faccia.
Calda, sulle spine; non mi piace questa
sensazione, come se la pelle volesse staccarsi, o andare verso
qualcosa. Dovrei andarmene. Non mi sento bene. Ma non posso, è
troppo presto. Non abbiamo ancora nemmeno mangiato.
Mira balza in piedi e gli mette le
braccia intorno alla vita prima che Lewis arrivi al tavolo. Lo
stringe e lui ricambia con un solo braccio continuando a fissarmi.
Ha la sua ragazza tra le braccia.
Perché sta guardando me? Maledetti uomini.
«Zach,» dice Nessa spostando una
pentola sul fornello della cucina, «non so che cosa fare con questo
pollo.»
«Il seguito alla prossima puntata.»
Zach sorride raccogliendo i quarti di dollaro. Va in cucina e prende
il posto di Nessa.
Il sorriso di Zach è amichevole. Non
sexy, o lascivo, solo semplice, gentile. Non che lo sguardo di Lewis
fosse lascivo. Era... Incuriosito.
Non mi piace la curiosità. La
curiosità porta all’interesse, che a sua volta porta a cose da cui
voglio stare lontana.
È allarmante che quest’uomo sia sul
mio radar. Ha una ragazza e, sfortunatamente, sembra essere il
solo tipo di uomo che attraggo.
Il fatto che avesse una relazione a
casa, cosa che non aveva mai menzionato, non aveva impedito al mio ex
di cercarmi, o al ragazzo di Cali di provarci con me, né a nessuno
degli uomini che mia madre portava a casa di flirtare e lasciar
vagare le mani quando mi abbracciavano.
«Gente, liberate il tavolo, la cena è
pronta» dice Nessa.
Serve tortillas fatte in casa insieme a
una grossa ciotola di pollo speziato a fettine.
Zach va a prendere una birra dal
frigorifero e Lewis lo segue. Dà una manata sulla schiena a Zach e
mi guarda come se aspettasse qualcosa.
Zach mi guarda poi prende un
apribottiglie. «Gen è una collega di Nessa» lo sento dire mentre
toglie il tappo alla sua Corona.
Lewis mi studia il volto come se stesse
cercando qualcosa.
Che problema ha? Non può fissarmi in
quel modo. C’è la sua ragazza nella stanza.
Ok, gli ho fissato le braccia. Erano lì
da guardare. Ed erano piuttosto sexy. Fatemi causa. Non
ricordo di aver mai guardato il corpo di un uomo in quel modo prima
d’ora, a quanto pare i pensieri lascivi possono arrivare anche più
tardi nella vita. Ma le donne ammirano sempre gli uomini e, visto il
suo aspetto, Lewis dovrebbe esserci abituato.
«Siediti vicino a me, Gen.» Nessa
appoggia una ciotola di riso alla messicana sul tavolo ed estrae una
sedia al suo fianco.
Seguo il suo esempio e porto in tavola
una ciotola di insalata, poi mi siedo accanto a lei.
«Il cibo sembra appetitoso» dice
Lewis.
La sua voce, come una lama di seta,
annulla il mio buonsenso e cattura la mia attenzione. Si sta
infilando in bocca mezzo taco per dimostrare il suo apprezzamento per
il cibo, o forse perché mangia come un cavallo. Seguo il flettersi
delle sue mascelle, i forti muscoli della gola che improvvisamente si
fermano.
Alzo gli occhi. Mi sta osservando
mentre lo fisso e il suo sguardo sembra intenso.
Che cosa sto facendo? Sto peggiorando
le cose.
Mira mi dà un’occhiata e la sua
espressione non è solo furiosa. Deglutisce e giurerei che ci sia
ansia nei suoi occhi.
Mangio un piccolo boccone di riso,
cercando di immettere un po’ di saliva nella mia bocca secca. Non
ho mai voluto tanto fuggire da una situazione quanto vorrei scappare
da questa cena. Il mio battito è irregolare e la mia faccia non
vuole scendere sotto i mille gradi. Le dita, che non mi hanno mai
deluso né in abilità né in coordinazione, non riescono a tenere lo
stupido riso sulla forchetta.
«Quindi sarai qui per tutta l’estate?»
mi chiede Zach con la sua gamba muscolosa che sfiora il mio polpaccio
mentre ammucchia cibo sul suo piatto. Il tavolo stretto, in linea con
il divano di velluto di seconda mano e il tavolino che risale agli
anni Ottanta, rende la cena involontariamente intima.
Bevo un sorso d’acqua e mi schiarisco
la voce. «Tornerò a Dawson in autunno per la laurea magistrale in
Psicologia.»
Mira arriccia le labbra rivolta a Zach,
come la irritasse che osi attirare l’attenzione su di me. Visto che
vorrei nascondermi, sono d’accordo con lei.
Mira, che non ha ancora toccato il suo
cibo, si china verso Lewis mentre lui sta cominciando a mangiare il
suo secondo taco. Giusto per fare il contrario rispetto a lei do un
grosso morso al mio taco. Mangiare come un coniglio per restare
ridicolmente magri è una sciocchezza e comunque io mangio più della
media delle ragazze, quindi mi sta solo facendo fare brutta figura.
«Come sta tua madre in questi giorni?» chiede Mira a Zach.
La mano di Zach si ferma sopra
l’insalata, il suo petto sembra sgonfiarsi. «Bene.» Il suo tono è
piatto, privo di emozione.
Mi sposto in avanti sulla sedia. Mira
deve avere toccato un punto dolente. Zach sembra essere un così
bravo ragazzo. Che cosa sta facendo Mira?
Lei sorseggia il suo drink e gli occhi
color caramello sono freddi. «Che cosa ha in ballo?»
L’espressione di Zach diventa
sfuggente. «È ancora in casa di cura e tu lo sai.» Guarda il cibo
intatto sul proprio piatto e sposta un taco con la nocca.
Perché Mira l’ha tirata in ballo?
Sta cercando di ferirlo... perché ha chiesto che programmi aveva?
Nessa stringe la forchetta fissando
Zach, con la preoccupazione negli occhi.
Lewis guarda Mira con un’espressione
corrucciata. A Zach dice: «Hai già inaugurato la nuova
paddleboard?».
«Sì» risponde Zach più rilassato.
«Il lavoro sta andando a rilento. Ti
dispiace se qualche volta mi unisco a te?»
«Certo. Quando vuoi.»
E così, in un momento, la tensione
sparisce.
Per mantenere l’atmosfera tranquilla
per il resto della cena, colgo l’occasione per tempestare Nessa e
Zach di domande sui vari sentieri escursionistici. Mira non fa
incavolare nessun altro a tavola, più che altro perché è troppo
occupata a seccare Lewis in un’accesa conversazione che il resto di
noi finge di ignorare. Io sento quasi tutto e immagino che sia così
anche per gli altri. Cose come che cosa stai facendo e privato
e quella ragazza si sentono sopra la discussione sui percorsi
escursionistici di Tahoe.
Dopo la cena, aiuto Nessa a
sparecchiare e pulire. «Dovrei andare» le dico quando abbiamo
finito.
«Davvero? Così presto?»
«Non mi sono ancora abituata a
lavorare fino a tardi.»
«Sì, ci vuole un po’. Che cosa
farai domani? Zach e io faremo un barbecue a Zephyr Cove. Tu e la tua
coinquilina dovreste veramente venire.»
Mira e Lewis stanno parlando a bassa
voce in un angolo mentre vado nella stanza lungo il corridoio a
prendere la borsa e la giacca. Mi sembra di filarmela di nascosto,
ma, davvero, non voglio mettermi in mezzo.
Prendo le mie cose ed esco dalla porta
della camera, con la testa bassa, cercando le chiavi nel pozzo senza
fondo che è la mia borsa, e rimbalzo contro un muro.
Sto per cadere, e non in modo
aggraziato. Il mio corpo si inclina di lato, con la testa a uno
strano angolo, le braccia impigliate nella borsa. Finirò per
rompermi il collo.
Mani forti mi risollevano e mi sforzo
di rimettere le gambe in verticale.
Calore e profumo di sapone e legno
appena tagliato. Pelle leggermente abbronzata su un collo muscoloso.
Alla base, direttamente in linea con i miei occhi, c’è una
pulsazione, poi più su lo sguardo intenso ed enigmatico di Lewis.
Il mio battito passa dal galoppo,
dovuto allo spavento, al disastro che era stato quando Lewis era
entrato in casa.
Lewis mi studia il volto, all’inizio
preoccupato, poi l’espressione si addolcisce e si rilassa. Il suo
sguardo scende lentamente, come se stesse cogliendo l’opportunità
di guardarmi senza la censura di Mira o degli altri. Fissa i miei
capelli, la fronte, poi il lato del viso e il mento, poi torna alla
mia bocca, dove si ferma.
Il suo respiro diventa irregolare. Ciò
che mi aveva lasciata perplessa per tutta la sera diventa chiaro.
Quando mi guarda non è con curiosità, anche se in parte potrebbe
esserlo, ma qualcosa di completamente diverso. Una cosa che non posso
dire di aver visto a questo livello ma che riconosco, o almeno lo fa
il mio corpo, perché mi sento stringere il petto, il cuore continua
a battere follemente e sento il calore che scende lungo la spina
dorsale, mandando brividi in tutti i posti sbagliati.
La sua testa si abbassa di qualche
centimetro verso di me.
Che diavolo...? Non vorrà...?
«È stato bello conoscerti» dico in
fretta, nel panico, e mi stacco dalle sue braccia, rendendomi conto
che le sto ancora tenendo. Ma arrivo solo fino a lì. Per qualche
stupido motivo, non riesco a convincere i miei piedi a muoversi.
La mano che mi teneva s’infila nella
tasca dei pantaloni. A parte quello, Lewis non si muove. Il suo
sguardo si abbassa di nuovo sulla mia bocca.
Mi manca il fiato, mi lecco le labbra e
di colpo sembra un invito. Che cosa sto facendo?
Invece di reagire nel modo giusto e
distogliere lo sguardo, i miei occhi si fissano sulla sua
bocca, come se ci fosse il pilota automatico, senza ascoltare le
istruzioni dettagliate che ordinano a tutte le parti del corpo di
tagliare la corda.
Una cicatrice diagonale rovina l’angolo
del suo labbro inferiore dalla forma perfetta, un’imperfezione in
un paesaggio altrimenti perfetto. Non riesco a distogliere gli occhi
da quella cicatrice che da un lato finisce in un piccolo uncino. Come
se l’è fatta? Gli ha fatto male? Sentirei la cicatrice se premessi
la mia bocca sulla sua?
Le sue labbra si aprono sotto il mio
sguardo e lui si sposta, annullando lo spazio che avevo messo tra di
noi.
Il mio cuore pompa così forte che vedo
puntini neri al margine del mio campo visivo. Ha una ragazza.
Supero Lewis incespicando e sbattendo
la spalla contro la parete mentre percorro il corridoio, anni di
atleticità scomparsi in un battito di cuore.
Guardo indietro una volta prima di
aprire la porta d’ingresso. Lewis mi sta fissando, stupefatto.
Chiude gli occhi e si volta.
Mi tremano le mani mentre chiudo la
porta alle mie spalle. Che cos’era? Non era attrazione, solo una
follia.
Folle attrazione.