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lunedì 27 gennaio 2025

Segnalazione Romanzo - ELIZABETH di Anya Wylde

 






Respiro Readers

vi segnaliamo   l' uscita del nuovo romanzo

 dell'autrice  Anya Wylde.















TITOLO: Elizabeth

AUTRICE:  Anya Wylde

CASA EDITRICE: Self Publishing

GENERE : Romance Storico

PAGINE: 582

PREZZO EBOOK: 0.89

PREZZO CARTACEO: 15.59

DATA USCITA:  6 Gennaio 2025




 






Elizabeth Fairweather, la più audace delle sorelle Fairweather, è decisa a sposare il fascinoso ma indebitato Lord Darby. Tra intrighi familiari e il caos dell'alta società londinese, la determinazione di Elizabeth dà vita a un turbine di imprevedibili avventure. Carrozze rubate, debiti crescenti e scandali imminenti non la fermeranno: riuscirà a conquistare il cuore di Lord Darby, o il caos dell’amore avrà la meglio?

Immergiti nel divertentissimo finale della serie delle sorelle Fairweather, dove amore e risate sono protagonisti assoluti!





lunedì 22 maggio 2023

Segnalazione Romanzo - JANE. UNA FOLLE STORIA ROMANTICA di Anya Wylde

 







Respiro Readers

vi segnaliamo 

l'uscita del nuovo romanzo

 dell'autrice Anya Wylde.













TITOLO: Jane. Un folle storia romantica

AUTRICE: Anya Wylde

CASA EDITRICE: Self Publishing

SERIE: Le Sorelle Fairweather #4

GENERE:   Romance Storico

PAGINE:  282

PREZZO EBOOK: 0.89

DATA USCITA:  21   Maggio  2023









Una nuova sorella Fairweather, Jane, è in età da marito, ma non vuole assolutamente sposarsi. È un’artista brillante, decisa a raggiungere la fama in un mondo dominato dagli uomini. Ed ecco la signora Fairweather, una madre risoluta che farà l’impossibile per far sposare sua figlia.
Ahimè, grazie a un inganno, Jane si trova a pronunciare i voti nuziali avvolta in una trapunta, vestita con solo una camicia da notte.
La povera Jane viene strappata alla sua monotona vita a Finnshire e viene gettata in un mondo di suoceri bizzarri, sorelle impiccione e un marito diabolicamente bello i cui baci cominciano a far vacillare la sua determinazione a tenere il cuore ben chiuso a chiave contro l’amore.
Il pazzo mondo di una sorella Fairweather è pronto a portarvi nuovamente in un viaggio in una carrozza ben molleggiata…




Jane Maryanne Fairweather si tirò giù la manica dell’abito da giorno per nascondere la macchia di pittura a olio vermiglia e gialla sul braccio. Sperava che i guanti avrebbero nascosto la parte peggiore.

Guardò fuori dalla finestra. Era una bella giornata estiva, del tipo che invitava la gente a perdere la testa e precipitarsi fuori per fare attività fisiche senza senso.

In fondo al prato, coperto di fiori estivi che chinavano il capolino al sole, notò uno di quelle anime dementi, il giovane figlio della lattaia, che correva intorno a una vecchia quercia. Aveva le gambe sottili come bastoncini e il naso rotondo e bitorzoluto come una patata.

Jane sbuffò, sentendosi triste per l’umanità. Tutto quel correre e saltare stava facendo sbattere tra di loro parti importanti nella testa. Non era una cosa da incoraggiare. Come, perfino il loro re era impazzito! Senza dubbio la sua bambinaia lo aveva incoraggiato a giocare invece di leggere.

Quanto al reggente… Jane rabbrividì. Soffriva di una cosa peggiore: l’idiozia.

«Jane» strillò sua madre. «Sbrigati, lord Hickenbottom sta aspettando.»

Le caddero le spalle. Lord Hickenbottom. Che diavolo era venuto in mente a quell’accidente di uomo di venirla a trovare? Un altro strillo di sua madre la fece correre davanti allo specchio per pizzicarsi le guance e mettere dietro l’orecchio una ciocca di capelli rame scuro.

Si passò un dito lungo il collo, irritato dal pizzo. «Mi sto affrettando.»

Un’altra veloce occhiata allo specchio confermò che aveva il solito aspetto, come un magro gufo bianco; occhi troppo grandi per la sua piccola faccia pallida, una folta massa di onde color rame raccolte in cima alla testa come una pesante corona, una figura sottile vestita di morbida mussolina avorio.

Si precipitò fuori dalla veranda e volò in cucina. Aveva gli occhi un po’ selvaggi quando entrò nella stanza.

Una vecchia testa rugosa che assomigliava sorprendentemente a un cavolo con gli occhi gentili le sorrise. «Miss?»

«Ho un visitatore!»

La cuoca sorrise. «Stavate veramente bene ieri sera nell’abito da sera rosa. Sapevo che qualcuno si sarebbe invaghito di voi.»

Jane si guardò attorno. Le domestiche erano occupate a insacchettare erbe essiccate e a imbottigliare sottaceti, il valletto dormiva con la bocca aperta accanto al fuoco, eppure abbassò la voce e si avvicinò alla cuoca.

«L’avete preso?»

«Sì.» La cuoca glielo porse discretamente.

Jane infilò in tasca il pomodoro succoso e andò verso il salotto. Adesso i suoi passi erano impazienti e il suo sorriso era pieno di malizia.

Trovò lord Hickenbottom in piedi accanto al pianoforte.

Lo osservò per un momento. Indossava calzoni al ginocchio gialli, una camicia avorio, un gilè fulvo e aveva in mano un cappello nero bordato d’oro.

Sembrava un narciso reciso che stesse diventando marroncino sui bordi.

Soppresse un brivido. «Voi giocate, milord?»

«Scusate?»

Jane detestava parlare con gli estranei. «Voi giocate?» chiese parlando un po’ più forte.

«Un po’.»

Lord Hickenbottom si inchinò e si avvicinò a lei, che sorrise nervosamente e lo prese a braccetto. Si sedettero sulla dormeuse.

Lui si ficcò in tasca una mano e ne tolse un bocciolo di rosa rosso scuro.

«Quando l’ho visto» disse accarezzandole la guancia con i petali, «ho pensato a voi. Giovane, fresca e delicata.»

Jane sorrise, voltò la testa e staccò con un morso il bocciolo dallo stelo.

Il pomo d’Adamo di lord Hickenbottom andò su e giù mentre fissava lo stelo sul quale restavano solo le spine e due foglie.

Jane ingoiò e emise un delicato ruttino. «Grazie. Avevo fame.»

«Avete mangiato la rosa.»

«Ho mangiato la rosa.»

«L’avete mangiata.»

«Esatto.»

«Perché?»

«Che altro avrei dovuto farci?»

«Metterla in un vaso?»

«Ma avevo fame.»

«Forse mangiare un biscotto?»

«Lo farò quando la cameriera li porterà.»

«Ma la rosa?»

«Era deliziosa.»

L’occhio destro di lord Hickenbottom cominciò a tremare in modo allarmante.

Jane si pulì le labbra con un fazzoletto di pizzo e fece un altro ruttino.

Lui si diede una scossa, come se stesse cercando di dimenticare l’incidente e ricominciò. «Quegli acquerelli» disse indicando i quadri incorniciati sulla parete, «Li avete fatti voi?»

«No» rispose Jane mentendo.

«Le dame sono così abili» si avvicinò lentamente e le prese la mano. «Voi cucite?»

Jane fece un sorriso radioso. «Mi piace andare a caccia.»

Lui si accigliò. «Andare a caccia? Voi sparate?»

Jane sbatté le ciglia. «Do la caccia ai conigli. Li afferro per la gola e poi li getto nel fuoco. È così divertente.»

«Oh.»

«E mi piace osservare il macellaio.»

Lord Hickenbottom sbatté gli occhi. «Eh?»

«Chop, chop, chop. Il modo in cui taglia la carne, in pezzetti sempre più piccoli, il sangue che cola dal coltello affilato.»

Lord Hickenbottom le lasciò cadere la mano. «Vi permette di guardarlo?»

Jane si leccò le labbra e schiacciò il pomodoro che aveva in tasca. «È un vecchio amico.»

«Vostra madre non obietta a una simile amicizia?»

Jane scosse la testa e guardò discretamente la macchia rossa bagnata che si stava formando sul suo vestito mentre i succhi del pomodoro cominciavano a filtrare. «Perfino la cuoca mi permette di andare in cucina ogni volta che hanno un animale da spellare.»

«Buon Dio! Quello è… Sangue?» Lord Hickenbottom balzò in piedi.

«Oh.» Jane tolse la mano dalla tasca e lasciò ricadere la manica. I pezzettini di pomodoro si erano mischiati con la pittura a olio e le avevano ricoperto la mano. Sembrava che avesse rovistato nelle viscere di una creatura viva. «Questo era lord Thomas.»

Lord Hickenbottom si asciugò la fronte con un fazzoletto di seta verde. «Scusatemi?»

«Uno scoiattolo solitario a cui era morta la moglie. L’ho tenuto in tasca per confortarlo, ma la vostra presenza mi ha distratto e l’ho schiacciato.»

Lord Hickenbottom la guardò a disagio. «Com’è morta sua moglie, miss Fairweather?»

«L’ho mangiata. Sono deliziosi appena presi dall’albero.»

«Crudi?»

«Naturalmente.»

«Perdiana!»

Jane passò un dito sul folto tappeto persiano. «Tè, milord?»

«Devo andare. Un impegno urgente che ho appena ricordato. Forse un’altra volta. Splendido incontro.»

«Vi prego, restate.» Jane gli afferrò il braccio e lo tirò nuovamente seduto. «La cuoca ha preparato dei dolci meravigliosi. Leggeri come l’aria.»

Proprio nel momento giusto, Rose entrò con un vassoio carico di tè e dolci.

Jane versò il tè in una tazza, poi vi rovesciò l’intero contenuto della zuccheriera.

«Bevete» gli ordinò porgendogli la tazza.

«Preferirei qualcosa di più forte. Brandy. Vostro padre potrebbe averlo nel suo studio. Gli chiederò…»

Jane cominciò a ululare come un lupo.

Lord Hickenbottom bevve.

Trangugiò l’intero contenuto in un sol sorso, poi balzò in piedi e uscì di corsa dalla stanza.

Jane lo osservò filarsela e appena fu a distanza di sicurezza cominciò a ridere trionfante. Piroettò e si abbracciò da sola. Un altro corteggiamento sventato. Questa volta era stato facile. Si fermò a metà piroetta e il sorriso svanì.

Fuori dalla finestra si stava sollevando un cespuglio. Un alloro maculato, o era un corniolo? Aveva foglie di entrambe le piante. Curioso. Non aveva mai visto questo cespuglio, ma aveva già visto quegli occhi rotondi e brillanti che stavano sputando fuoco attraverso le foglie.

Il cespuglio si mosse di nuovo, sollevandosi come una balena nell’oceano.

Jane deglutì.

Sua madre, travestita da cespuglio, aveva sentito ogni parola e adesso la stava fulminando con gli occhi.

«Sembra» disse sua madre, togliendosi di dosso una limaccia, «che dovrò prendere io in mano la situazione.»













venerdì 24 febbraio 2023

Segnalazione Romanzo - DOROTHY di Anya Wylde

 






Respiro Readers

vi segnaliamo 

l'uscita del nuovo romanzo

 dell'autrice Anya Wylde.














TITOLO: Dorothy

AUTRICE:  Anya Wylde

CASA EDITRICE: Self Publishing 

SERIE: Le sorelle Fairweather #3

GENERE:  Romance Storico

PAGINE: 260

PREZZO EBOOK: 0.89

DATA USCITA: 17   Febbraio  2023









Anya Wylde torna con un altro romanzo su una sorella Fairweather, una commedia piena di avventure e, ovviamente, travolgente romanticismo. Le sorelle Fairweather si adorano e si sostengono sempre, ma le cose cambiano quando le circostanze obbligano Dorothy May Fairweather a sposare Lord William Edmund Huxley, l’uomo di cui è innamorata la sua migliore amica nonché arcinemico del duca suo cognato. Con quell’unico stupido errore, Dorothy riesce a contrariare tutti coloro che più significano per lei. Ora, sola e depressa, Dorothy deve riconquistare le sue sorelle, il duca, la suocera e la cognata, oltre al suo straordinariamente affascinante marito.





«Un nuovo tipo di luce» fece notare Dorothy, fissando la sfera di vetro che luccicava alla luce del mattino. «Niente ombre, nessun tremolio, una luce costante, brillante, ardente. Un piccolo sole nella stanza della colazione.»

«Solo alcune delle case private sono riuscite a procurarsi la luce a gas e noi siamo tra quelle» disse orgogliosamente Penelope.

«La tua cameriera, Della, pensa che sia stregoneria» disse Céline, alzando gli occhi dal suo ricamo. «Ho sentito il maggiordomo che la sgridava perché si rifiutava di entrare in questa stanza. Quando ha cercato di obbligarla, la povera ragazza si è aggrappata all’attaccapanni e non voleva staccarsi. I domestici hanno dovuto portarla di peso in cucina. L’ultima volta che l’ho vista, era ancora aggrappata all’attaccapanni e stava infradiciando cappellini e parasole con le sue lacrime.»

Dorothy sorrise, facendo scorrere le dita sulla lampada di vetro. Era tutto magico finché non veniva spiegato da qualche vecchio burbero. Il sole, la luna e le stelle erano magici. I bei fiori, i laghi scintillanti e le possenti foreste erano magici... L’amore, si disse sospirando, era magico.

Sbirciò le sue sorelle da sotto le ciglia. Si erano sposate per amore... Avrebbero certamente capito...?

Penelope, la duchessa di Blackthorne e la maggiore delle sorelle Fairweather, aveva i piedi nudi appoggiati alla dormeuse verde e oro. La felicità brillava su ogni centimetro della sua pelle baciata dal sole. I capelli scuri avevano smesso di fingere di assomigliare a uno chignon. Ora le ricadevano sulla schiena, riottosi, liberi e gioiosi. C’era una bellezza selvaggia in lei che era solo stata esaltata dalla maternità.

In contrasto, Céline era seduta con la schiena diritta, i capelli acconciati in uno chignon basso senza che un solo capello osasse sfuggire. Gli occhiali con la montatura d’oro erano appollaiati sulla punta del naso mentre si concentrava a infilare e sfilare l’ago dal ricamo. Era molto diversa da Penelope eppure, a modo suo, altrettanto bella. I suoi lineamenti sembravano scolpiti nel marmo dal più bravo scultore alla corte del re.

Quando le due sorelle entravano insieme in una stanza, mettevano in ombra anche la più fresca e carina delle debuttanti. Avevano un’aura speciale e i loro titoli aveva esaltato ancora di più la loro distinzione. Un giorno sarebbero diventate grandi dame, Dorothy ne era certa, e il loro amore e la fedeltà verso i loro mariti le rendeva esempi perfetti di decoro. Sarebbe stata invidiosa, se non avesse voluto loro tanto bene.

«Che c’è, Dora?» chiese Penelope fissando Dorothy. «Riesco a vedere i tuoi pensieri che si agitano nella tua testa come piccoli riccioli di vapore.»

«Io...» Dorothy guardò incerta Céline.

«Non ti rimprovererò» disse Céline alzando per un attimo gli occhi. «Lo prometto. Che cos’hai fatto?»

«Niente. Non ho fatto niente... Non questa volta. Almeno non credo...» Dorothy fece un respiro profondo e si voltò per guardare in faccia le sue sorelle. «Devo dirvi una cosa.»

Penelope annuì, incoraggiandola.

«Ho trovato un uomo» disse Dorothy arrossendo.

«Era prevedibile» disse Céline, abbassando nuovamente la testa sul ricamo. «Ci sono un mucchio di uomini in questo mondo. Credo che la metà della gente al mondo siano uomini.»

«In effetti ne impieghiamo alcuni» confermò Penelope. «Non so perché, ma è così. Creature inutili, la maggior parte di loro.»

«Noi donne» disse Céline annuendo, «siamo molto più capaci.»

Dorothy la guardò irritata. «Non intendevo dire un uomo. Intendevo l’uomo.»

«Non un altro, Dorothy» disse Penelope preoccupata. «L’ultimo giovanotto senzatetto che ci hai chiesto di assumere è scappato con l’argenteria di casa. Ho dovuto ingaggiare il Falco per recuperarla. Il duca non era per niente contento.»

«E il vecchio che mi hai chiesto di ospitare è scappato con il cavallo arabo di George.»

Dorothy si passò la mano sui capelli castano scuro, frustrata. Spilloni con la perla scivolarono fuori e caddero accanto alla teiera appoggiata al vassoio d’argento. Il suo petto si alzò e si abbassò agitato, rispecchiando il caos domestico che era improvvisamente sceso nella stanza.

La piccola Rose, in un angolo, cominciò a battere i piedi chiedendo il vino di ciliegie. Il piccolo Johnny lanciò un cucchiaio che attraversò la stanza facendo cadere in mille pezzi un orribile vaso rosa. Céline si lanciò dall’altra parte della stanza per estrarre il figlio di quattro anni da una pila di nastri mentre Penelope si precipitava verso il figlio di due anni per convincerlo che le scarpe vecchie non erano un pasto accettabile.

Dorothy si chiese se dovesse comportarsi come uno dei bambini per attirare l’attenzione delle sue sorelle. Considerò per un attimo di masticare le nappine dei cuscini di seta azzurra. Una cosa che avrebbe fatto la piccola Rose... Scosse la testa, rifiutando il folle pensiero e invece strillò superando il frastuono: «Sono innamorata! Innamorata di un uomo! Ho trovato l’uomo che voglio sposare!»

Penelope ficcò nuovamente la scarpa nella bocca lamentosa del piccolo Richard. Céline tagliò un ricciolo dalla testa del povero piccolo Johnny.

«Davvero?» chiese deliziata Penelope.

«Ci stai prendendo in giro, Dora?» echeggiò Céline.

Dorothy scosse la testa, con gli occhi che scintillavano come quarzo marrone fumé con un velo traslucido di oro luccicante. Il suo visino delicato si aprì in un timido sorriso rivolto alle sorelle. «È vero. Dopo tre intere stagioni, l’ho trovato.»

Penelope e Céline scoppiarono in lacrime di felicità. Corsero da Dorothy e l’abbracciarono.

Singhiozzarono sopra il suo vestito da mattina, infradiciando i nastri di satin con le loro lacrime.

«Sorella mia» disse Penelope piangendo.

«La mia piccola Dora» ululò Céline.

Bambinaie e governanti si materializzarono nella stanza e portarono via i bambini. Ordinarono lo champagne che fu versato in scintillanti calici di cristallo e sorseggiato benché fossero solo le undici del mattino.

«Non riesco a credere che la mia piccola Dora sia cresciuta» piagnucolò Penelope.

«Chi è l’uomo che ha osato rubarti il cuore?» chiese Céline, bevendo un lungo sorso di champagne.

«Lord Lumley» rispose pudicamente Dorothy.

Nella stanza per un po’ scese il silenzio.

«Chi?» chiese finalmente Penelope, asciugandosi gli occhi col fazzoletto.

«Theobald Grey» rispose Dorothy arrossendo.

«Chi?» ripeté Céline aggrottando la fronte.

Una voce accanto all’entrata cinguettò: «Lord Theobald Grey, il conte di Lumley».

Le tre sorelle si voltarono e trovarono la signorina Kitty Norwood, risplendente in un bellissimo abito di mussolina verde, incorniciata nella porta. I suoi folti capelli scuri che spiccavano sulla pelle pallida, erano raccolti in trecce avvolte intorno alla testa come una corona, mentre gli occhi che cambiavano colore a seconda della luce, quel giorno erano di un gioioso verde smeraldo.

Dorothy sorrise felice e batté sul posto accanto a lei. Kitty era la sua amatissima amica d’infanzia. Si erano conosciute all’Accademia per le Figlie di Gentiluomini quando avevano dodici anni. Kitty aveva benevolmente schiaffeggiato una ragazza che aveva preso in giro Dorothy per le sue gambette esili. Da allora erano diventate grandi amiche.

Penelope suonò distrattamente perché portassero altro tè. Aggrottò la fronte concentrandosi. «Lord Theobald Grey... Il conte di Lumley... Credo di sapere a chi ti riferisci. Che aspetto ha?»

«I suoi vestiti sono sempre sfilacciati» rispose Kitty, servizievole. «E ogni volta che vedo i suoi capelli d’oro, vorrei stringerne una ciocca tra le dita e strizzarla per vedere l’olio che gocciola, gocciola, gocciola...»






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