Ahimè, grazie a un inganno, Jane si trova a pronunciare i voti nuziali avvolta in una trapunta, vestita con solo una camicia da notte.
La povera Jane viene strappata alla sua monotona vita a Finnshire e viene gettata in un mondo di suoceri bizzarri, sorelle impiccione e un marito diabolicamente bello i cui baci cominciano a far vacillare la sua determinazione a tenere il cuore ben chiuso a chiave contro l’amore.
Il pazzo mondo di una sorella Fairweather è pronto a portarvi nuovamente in un viaggio in una carrozza ben molleggiata…
Jane Maryanne Fairweather si tirò giù la manica dell’abito da giorno per nascondere la macchia di pittura a olio vermiglia e gialla sul braccio. Sperava che i guanti avrebbero nascosto la parte peggiore.
Guardò fuori dalla finestra. Era una bella giornata estiva, del tipo che invitava la gente a perdere la testa e precipitarsi fuori per fare attività fisiche senza senso.
In fondo al prato, coperto di fiori estivi che chinavano il capolino al sole, notò uno di quelle anime dementi, il giovane figlio della lattaia, che correva intorno a una vecchia quercia. Aveva le gambe sottili come bastoncini e il naso rotondo e bitorzoluto come una patata.
Jane sbuffò, sentendosi triste per l’umanità. Tutto quel correre e saltare stava facendo sbattere tra di loro parti importanti nella testa. Non era una cosa da incoraggiare. Come, perfino il loro re era impazzito! Senza dubbio la sua bambinaia lo aveva incoraggiato a giocare invece di leggere.
Quanto al reggente… Jane rabbrividì. Soffriva di una cosa peggiore: l’idiozia.
«Jane» strillò sua madre. «Sbrigati, lord Hickenbottom sta aspettando.»
Le caddero le spalle. Lord Hickenbottom. Che diavolo era venuto in mente a quell’accidente di uomo di venirla a trovare? Un altro strillo di sua madre la fece correre davanti allo specchio per pizzicarsi le guance e mettere dietro l’orecchio una ciocca di capelli rame scuro.
Si passò un dito lungo il collo, irritato dal pizzo. «Mi sto affrettando.»
Un’altra veloce occhiata allo specchio confermò che aveva il solito aspetto, come un magro gufo bianco; occhi troppo grandi per la sua piccola faccia pallida, una folta massa di onde color rame raccolte in cima alla testa come una pesante corona, una figura sottile vestita di morbida mussolina avorio.
Si precipitò fuori dalla veranda e volò in cucina. Aveva gli occhi un po’ selvaggi quando entrò nella stanza.
Una vecchia testa rugosa che assomigliava sorprendentemente a un cavolo con gli occhi gentili le sorrise. «Miss?»
«Ho un visitatore!»
La cuoca sorrise. «Stavate veramente bene ieri sera nell’abito da sera rosa. Sapevo che qualcuno si sarebbe invaghito di voi.»
Jane si guardò attorno. Le domestiche erano occupate a insacchettare erbe essiccate e a imbottigliare sottaceti, il valletto dormiva con la bocca aperta accanto al fuoco, eppure abbassò la voce e si avvicinò alla cuoca.
«L’avete preso?»
«Sì.» La cuoca glielo porse discretamente.
Jane infilò in tasca il pomodoro succoso e andò verso il salotto. Adesso i suoi passi erano impazienti e il suo sorriso era pieno di malizia.
Trovò lord Hickenbottom in piedi accanto al pianoforte.
Lo osservò per un momento. Indossava calzoni al ginocchio gialli, una camicia avorio, un gilè fulvo e aveva in mano un cappello nero bordato d’oro.
Sembrava un narciso reciso che stesse diventando marroncino sui bordi.
Soppresse un brivido. «Voi giocate, milord?»
«Scusate?»
Jane detestava parlare con gli estranei. «Voi giocate?» chiese parlando un po’ più forte.
«Un po’.»
Lord Hickenbottom si inchinò e si avvicinò a lei, che sorrise nervosamente e lo prese a braccetto. Si sedettero sulla dormeuse.
Lui si ficcò in tasca una mano e ne tolse un bocciolo di rosa rosso scuro.
«Quando l’ho visto» disse accarezzandole la guancia con i petali, «ho pensato a voi. Giovane, fresca e delicata.»
Jane sorrise, voltò la testa e staccò con un morso il bocciolo dallo stelo.
Il pomo d’Adamo di lord Hickenbottom andò su e giù mentre fissava lo stelo sul quale restavano solo le spine e due foglie.
Jane ingoiò e emise un delicato ruttino. «Grazie. Avevo fame.»
«Avete mangiato la rosa.»
«Ho mangiato la rosa.»
«L’avete mangiata.»
«Esatto.»
«Perché?»
«Che altro avrei dovuto farci?»
«Metterla in un vaso?»
«Ma avevo fame.»
«Forse mangiare un biscotto?»
«Lo farò quando la cameriera li porterà.»
«Ma la rosa?»
«Era deliziosa.»
L’occhio destro di lord Hickenbottom cominciò a tremare in modo allarmante.
Jane si pulì le labbra con un fazzoletto di pizzo e fece un altro ruttino.
Lui si diede una scossa, come se stesse cercando di dimenticare l’incidente e ricominciò. «Quegli acquerelli» disse indicando i quadri incorniciati sulla parete, «Li avete fatti voi?»
«No» rispose Jane mentendo.
«Le dame sono così abili» si avvicinò lentamente e le prese la mano. «Voi cucite?»
Jane fece un sorriso radioso. «Mi piace andare a caccia.»
Lui si accigliò. «Andare a caccia? Voi sparate?»
Jane sbatté le ciglia. «Do la caccia ai conigli. Li afferro per la gola e poi li getto nel fuoco. È così divertente.»
«Oh.»
«E mi piace osservare il macellaio.»
Lord Hickenbottom sbatté gli occhi. «Eh?»
«Chop, chop, chop. Il modo in cui taglia la carne, in pezzetti sempre più piccoli, il sangue che cola dal coltello affilato.»
Lord Hickenbottom le lasciò cadere la mano. «Vi permette di guardarlo?»
Jane si leccò le labbra e schiacciò il pomodoro che aveva in tasca. «È un vecchio amico.»
«Vostra madre non obietta a una simile amicizia?»
Jane scosse la testa e guardò discretamente la macchia rossa bagnata che si stava formando sul suo vestito mentre i succhi del pomodoro cominciavano a filtrare. «Perfino la cuoca mi permette di andare in cucina ogni volta che hanno un animale da spellare.»
«Buon Dio! Quello è… Sangue?» Lord Hickenbottom balzò in piedi.
«Oh.» Jane tolse la mano dalla tasca e lasciò ricadere la manica. I pezzettini di pomodoro si erano mischiati con la pittura a olio e le avevano ricoperto la mano. Sembrava che avesse rovistato nelle viscere di una creatura viva. «Questo era lord Thomas.»
Lord Hickenbottom si asciugò la fronte con un fazzoletto di seta verde. «Scusatemi?»
«Uno scoiattolo solitario a cui era morta la moglie. L’ho tenuto in tasca per confortarlo, ma la vostra presenza mi ha distratto e l’ho schiacciato.»
Lord Hickenbottom la guardò a disagio. «Com’è morta sua moglie, miss Fairweather?»
«L’ho mangiata. Sono deliziosi appena presi dall’albero.»
«Crudi?»
«Naturalmente.»
«Perdiana!»
Jane passò un dito sul folto tappeto persiano. «Tè, milord?»
«Devo andare. Un impegno urgente che ho appena ricordato. Forse un’altra volta. Splendido incontro.»
«Vi prego, restate.» Jane gli afferrò il braccio e lo tirò nuovamente seduto. «La cuoca ha preparato dei dolci meravigliosi. Leggeri come l’aria.»
Proprio nel momento giusto, Rose entrò con un vassoio carico di tè e dolci.
Jane versò il tè in una tazza, poi vi rovesciò l’intero contenuto della zuccheriera.
«Bevete» gli ordinò porgendogli la tazza.
«Preferirei qualcosa di più forte. Brandy. Vostro padre potrebbe averlo nel suo studio. Gli chiederò…»
Jane cominciò a ululare come un lupo.
Lord Hickenbottom bevve.
Trangugiò l’intero contenuto in un sol sorso, poi balzò in piedi e uscì di corsa dalla stanza.
Jane lo osservò filarsela e appena fu a distanza di sicurezza cominciò a ridere trionfante. Piroettò e si abbracciò da sola. Un altro corteggiamento sventato. Questa volta era stato facile. Si fermò a metà piroetta e il sorriso svanì.
Fuori dalla finestra si stava sollevando un cespuglio. Un alloro maculato, o era un corniolo? Aveva foglie di entrambe le piante. Curioso. Non aveva mai visto questo cespuglio, ma aveva già visto quegli occhi rotondi e brillanti che stavano sputando fuoco attraverso le foglie.
Il cespuglio si mosse di nuovo, sollevandosi come una balena nell’oceano.
Jane deglutì.
Sua madre, travestita da cespuglio, aveva sentito ogni parola e adesso la stava fulminando con gli occhi.
«Sembra» disse sua madre, togliendosi di dosso una limaccia, «che dovrò prendere io in mano la situazione.»







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