Respiro Readers
vi segnaliamo il nuovo romanzo
dell'autrice italiana Rebecca Teaslay.
TITOLO: Un amore in valigia
AUTRICE: Rebecca Teaslay
CASA EDITRICE: Self Publishing
GENERE: Romance
PAGINE: 176
PREZZO EBOOK: 2.99
PREZZO CARTACEO: 10.40
DATA USCITA: Gennaio 2020
Nella calda roma estiva Roberta raggiunge finalmente il suo obiettivo:la laurea.
Eterna romantica e con la testa fra le nuvole, songa una nuova vita, lontana dalla sua solita routine.
la realta però è ben diversa e quando se ne rende conto fa una scelta impulsiva. Mette i suoi sogni in una valigia e parte, per fare da ragazza alla pari a Birmingham.
La multiculturalità del luogo farà intrecciare la sua strada con quella di Farshad, un ragazzo iraniano.
Un dolce amore sboccerà tra le strade inglesi, allietando le sue fredde giornate, ma niente può essere dato per scontato; tutto può cambiare da un momento all'altro.
Tra giochi del destino e differenze culturali, Roberta si vedrà di nuovo costretta a scegliere cosa fare della sua vita e quale strada prendere.
Entrammo
nel suo umile appartamento, al quarto piano di un grattacielo al
centro di Birmingham. Non c’erano molti mobili, tutto faceva
pensare a un ragazzo solo, ancora troppo giovane, arrivato da poco in
città.
«Scusami…
non volevo recarti disturbo.»
«Non preoccuparti»
mi indicò il divano del saloncino.
«Come
mai se qui in Inghilterra?» gli chiesi, accomodandomi.
Si
sedette vicino a me. Sorrise. «In Iran non è un buon momento
storico e qui vive mio zio. È lui che mi ha aiutato ad ambientarmi.»
«Io
so che nel college ci sono molti iraniani rifugiati. É cosi brutta
la situazione politica?» continuai.
Forse
era un argomento delicato per lui? Ero curiosa.
Sospirò,
lasciandosi scivolare verso il bordo del divano e chiuse gli occhi
come a voler nascondere un grande dolore. Poggiò le mani sopra le
gambe e buttò la testa all'indietro, lasciandola sprofondare in un
cuscino.
«Non
credo io possa neanche immaginare cosa voglia dire…»
Quando
parlò, guardava il soffitto «Il mio mondo è così diverso dal
vostro. In tutto.»
«Pensi
di tornare a casa, in futuro?» chiesi, quasi spaventata dal poterlo
perdere presto.
«No.
Non posso tornare per i prossimi dieci anni» disse, voltando la
testa verso di me.
Mi
fissava, ma riuscivo a percepire che il suo pensiero era altrove.
Oltre i miei occhi c’era il suo mondo, ancora vivo dentro sé. Il
suo tono di voce era soave, profondo, lontano…
«Cosa
hai fatto?» chiesi preoccupata. Non sapevo cosa aspettarmi, ma
quella conversazione mi aveva portata oltre l’immaginabile. Eravamo
noi due in quella stanza, non c’era nessun altro. Il mondo era
chiuso fuori, oltre quella finestra, così come lo erano casa mia,
Roma e l’Iran.
Si
voltò nuovamente e, guardando il soffitto, silenzioso, allungò una
mano verso la mia e la strinse forte. Sentii le nostre anime connesse
e percepii i battiti del suo cuore all’unisono col mio.
«Non
so perché ti dico già tutto questo. Mi sembra di averti già
conosciuta. Chissà, forse in una vita precedente.»
Ero
esterrefatta. Aveva ragione; qualcosa ci univa oltremisura. Fin dal
primo momento che avevo incrociato i suoi occhi. Colpo di fulmine,
amore a prima vista, non lo sapevo. Avrei voluto essere con lui nel
suo passato per prenderlo per mano e guidarlo verso la salvezza.
Avrei voluto stringerlo nei momenti di solitudine e accudirlo per il
resto dei giorni.
«Non
ti giudico. Puoi fidarti di me» mormorai stringendogli la mano un
po’ più forte.
Si
trovava in una piazza centrale di Teheran per una manifestazione
contro il governo, quando fu riconosciuto e segnalato dalle autorità,
così che fu costretto a lasciare il suo paese. E così aveva fatto,
facendo le valigie e fuggendo senza neanche poter salutare i suoi
affetti. Non aveva avuto scelta e aveva interrotto la sua vita,
compresi gli studi di ingegneria meccanica.
Finito
il suo racconto mi protrassi verso di lui, sulla sua parte di divano,
e lo abbracciai.
In
quel momento mi sentii al posto giusto al momento giusto.
Non
lo conoscevo, in verità, ma mi aveva trasmesso così dolore che non
avevo saputo resistere.
Provavo
un affetto inverosimile per quel ragazzo, mi ardeva dentro e mi
riscaldava il cuore. Non riuscivo a farne a meno.
Forse
poi me ne sarei pentita, ma misi da parta la parte razionale di me e
poggiai la testa sul suo petto. Sentii il suo cuore battere forte.
«Sai,
tu mi ricordi mia madre, in qualche modo.»
Scoppiai
a ridere.
Mi
spiegò che sua madre era una donna forte e sempre sorridente alla
quale piaceva ballare e divertirsi.
«Beh,
sì… in effetti mi ci rivedo» ammisi.
Vedevo
il suo volto illuminarsi quando parlava della madre o mi raccontava
delle loro usanze e io mi sentivo felice solamente guardandolo.
Mi
parlò della loro casa a Teheran, grande, su più livelli, sempre
pulita e profumata. Parlammo tutta la notte come se volessimo
recuperare una vita senza esserci mai visti.
Riflettei
sul fatto che eravamo semplicemente due ragazzi molto diversi ma al
contempo simili; due anime solitarie provenienti da mondi così
lontani, adesso vicini.
Iniziai
a fantasticare sulla sua vita e su come il destino ci avesse fatti
incontrare in un minuscolo angolo di mondo, in modi così
imprevedibili.
Si
dice che ognuno di noi abbia un’anima gemella in qualche parte del
mondo, e che non sia detto che le stelle ci conducano a lei. Si può
avere un’anima gemella e non incontrarla mai.
Perché
il destino aveva giocato con le nostre vite e ci aveva messi sulla
stessa strada in due modi così assurdi?
Tuttavia
un dubbio atroce non aveva intenzione di lasciare la mia mente e,
conoscendomi, sapevo che non me ne sarei liberata facilmente.
«Ti
posso chiedere una cosa senza risultare invadente?» chiesi
timorosamente.
«Sì,
dimmi» rispose lui volgendomi tutta la sua attenzione.
«Trascorsi
questi dieci anni in Inghilterra, che farai? Tornerai in patria?»
Mi
sentii arrossire.
Prese
fiato e incrociò le gambe. «Non credo. C’è sempre la probabilità
che varcando il confine mi arrestino. Rischio la vita. Oltretutto
finché la situazione non cambia non ne ho intenzione né voglia» mi
spiegò con tono affabile ma molto deciso.
«Capisco»
risposi soddisfatta, accennando un sorriso per smorzare la tensione.
Mi
diede una pacca sulla spalla e si alzò di scatto dal divano
facendomi segno di seguirlo.
«Vieni,
ti mostro dove dormirai.»
Mi
lasciò la camera da letto a disposizione per la notte.
Neanche
dieci minuti più tardi sentii bussare alla porta e vidi la sua folta
chioma mora affacciarsi. «Roby, scusa se ti disturbo. Va tutto bene
o per caso ti serve qualcosa?»
Ringraziai,
dicendogli che non doveva per forza starsene di là da solo, ma
potevamo continuare a chiacchierare sul letto. Passarono le ore e ci
addormentammo mano nella mano. Al mattino lo trovai vicino a me,
mentre mi guardava teneramente.
Com’era
bello.
Nei
suoi occhi ci vedevo il deserto, un mondo sconosciuto e dei cieli
azzurri.
Lui
mi guardava senza dire nulla.
«Posso
baciarti?» mi chiese a un certo punto.
Restai
di sasso.
Nessuno
me lo aveva mai chiesto. Avevo sempre pensato che certe cose si
facessero e basta.
Sorrisi
e annuii. Non riuscivo a fare altro.
Il
mio cervello era completamente annebbiato.
Farshad
si avvicinò timorosamente.
Ci
unimmo in un bacio che andò oltre quello che potevamo aspettarci.
Fu
un’emozione calda mai provata prima, un viaggio mai fatto, un’oasi
in un deserto sconfinato. Le mie labbra riscoprirono una passione
quasi dimenticata.
I
baci divennero due e poi tre… e poi mille, così di seguito, senza
respiro. Non riuscivamo più a dividerci dopo un’intera vita
separati.
Dov’è
stato fino a ora? Mi chiesi.
Ho aspettato questo per tutta una vita?




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