«Siete
un bastardo, un essere ignobile. Non potete farlo. Vi denuncerò»
disse il Marchese con rabbia.
Suo
padre lo guardò con quegli occhi acquosi privi di vita. «Io un
bastardo… molto divertente. Dimenticavo: nel caso in cui non ti
presentassi alla piantagione, il sicario è già stato pagato per il
lavoretto, quindi… Potrai rimettere piede in patria solo da
sposato, ma nel caso non volessi tornare, mi accontento di una copia
del certificato di matrimonio.» Con un ghigno sulle labbra, disse:
«Tic-tac,
Trent. Il tempo scorre.»
In
quel momento, Daniel avrebbe voluto la testa del padre su un vassoio.
Pur consapevole della disumanità del suo pensiero, lo desiderava
ardentemente. Ma doveva salvare la vita di Bethany, mettere da parte
ogni sentimento di vendetta e correre su quella maledetta nave.
«Daniel pesa più di 190 libbre
ed è alto più di sei piedi; ci vogliono come minimo quattro persone
per bloccarlo, o una doppia dose di laudano nel brandy» rispose
prontamente Swane, non capendo che Julian cercava solo di stemperare
gli animi.
Rebecca
intervenne: «E io ne so qualcosa. Allora, come procediamo?»
«Voi
procederete subito nelle vostre stanze. Lo stato in cui siete è di
impedimento a qualsiasi avventura la vostra mente stia elaborando»
le rispose cupo Alexander, alzandosi in piedi.
«Non
dite sciocchezze. Sono incinta, mica malata. Le contadine lavorano
fino al nono mese nei campi e partoriscono i figli nei solchi
lasciati dall’aratro.»
«Non
siete una contadina» ribatté il Duca,
infastidito.
«Devo
presumere che le duchesse siano ai vostri occhi esseri malaticci con
prolassi uterini.»
«Se
milord vuole, racconto. Io sono nato qui, come mio padre.» La sua
voce profonda aveva un accento particolare, ritmico, preciso come le
note su un pentagramma; sembrava cantare più che parlare, ed era
piacevole.
«Sì,
per favore, racconta.»
L’uomo
sgranò gli occhi. «Milord, non bisogna mai dire per
favore
a uno schiavo. Noi siamo vostri.»
«Un’altra
scemenza come questa e licenzio anche te.»
Salomon
scoppiò a ridere, una risata piena e molto contagiosa. Anche Daniel
rise.
«Milord,
non potete licenziarmi.»
Daniel
non capiva e assunse un’aria più compita. «No? E perché non
potrei?»
«Sono
come un cavallo: potete licenziare un cavallo? No, o si vende o si
uccide.» Daniel notò la serietà di quelle parole e si rese conto
di quanto fosse diventata grande la disumanità nel mondo. Nessun
uomo avrebbe mai dovuto avere il diritto di calpestare la dignità di
un altro uomo così come aveva fatto suo padre, calpestando la sua e
quella di tutta quella povera gente.
«Trent,
devo riconoscere che avete una bella faccia tosta. Vi hanno obbligato
a trasferirvi e abbandonare la vostra vita, compresa quella nullità
che volevate sposare, e già ronzate intorno alla figlia di un conte
come se nulla fosse. E avete il coraggio di parlare di onore» disse
stizzito il Visconte.
«Caro
Seymour, sentirvi disquisire sull’onore è quasi come sentire un
eunuco dichiarare il proprio amore a una donna. Quindi mi perdonerete
se ora vi lasciamo qui a riflettere sulle sciocchezze che vi escono
dalla bocca. Con permesso.»
Rita
Mariconda nasce a Torino nel
'60 e dopo vent’anni di vita ligia alle regole cambia tutto e
diventa un’emigrante al contrario trasferendosi al sud. Sposa e
madre di due figlie decide ad un certo punto di mettere nero su
bianco le sue fantasie trasformandole in romanzi. Lettrice seriale di
qualunque genere, predilige gli storici e in particolare i
vittoriani. Innamorata dei polizieschi giudiziari si diletta anche in
quel genere. I suoi libri sono accompagnati sempre da una vena
ironica che alcune volte degenera nel sarcasmo. Il suo motto è
“circondatevi di persone che vi sanno far ridere, che a farvi
piangere ci pensa già la vita”.