Personaggi:
Il
numero di personaggi che appaiono nel romanzo è davvero
impressionante e sarebbe difficile e in massima parte superfluo
fornirne un elenco anche solo approssimativo, soprattutto per quanto
concerne i protagonisti che compaiono una volta soltanto e mirano a
rappresentare il volto di una fugace esperienza del protagonista,
piuttosto che un suo rapporto consolidato e duraturo. Di seguito mi
limiterò, pertanto, a dare conto dei personaggi che interpretano un
ruolo caratterizzato da una certa stabilità nel corso della vicenda.
Roberto Tancredi:
Il
protagonista è visibile nel romanzo in una duplice veste e in due
diversi contesti temporali. In apertura di romanzo (e a intervallare
i diversi capitoli in cui è suddivisa la trama) egli è un attempato
signore, che offre riparo a un turista e suo figlio dentro al bar di
un paesino del litorale toscano e inizia a narrare in prima persona
la sua storia. Il Roberto anziano è un uomo risolto, anche se non
pienamente appagato, e, malgrado i rimpianti e le rimostranze che
rivela ai suoi ospiti inattesi, sembra tuttavia aver trovato un
equilibrio e una propria pace interiore. Il Roberto giovane, di
contro, è un uomo taciturno e perennemente insoddisfatto, combattuto
tra il bisogno di migliorarsi e una propensione istintiva a mettere
tutto in discussione; è un carattere forte, tutto spigoli, con un
suo marcato e non smussabile senso del giusto e dell’ingiusto, del
torto e del diritto, che sarà il motivo principale dei suoi numerosi
problemi di relazione e dei rovesci di fortuna che patirà nel corso
del romanzo. Riporto qui di sotto un brano che può valere a
identificarlo.
«Il
mese prima, quelli di ‘Hurrà Juventus’ erano tornati al campo
d’allenamento per una delle classiche interviste ai giocatori. Di
solito facevano domande innocue, da giornalino della parrocchia: “Chi
vincerà San Remo?” “Qual è secondo voi la più bella attrice
del momento?”
Oggi invece l’argomento era più tecnico: “Ci può
dire quali sono i tre più forti giocatori del mondo, secondo lei?”
‘Pelé’ avevano risposto quasi tutti: ‘Overath’,
‘Moore’, Beckembauer’.
Difficile trovarne anche uno solo che non fosse
perfettamente allineato.
Accanto a Roberto si allenava il giovane Montorsi:
ciuffo di capelli scuri e basette folte, un talento cristallino,
proveniente dal Mantova. Oltretutto si chiamava Roberto pure lui.
“E lei, signor Montorsi? Per lei qual è il
giocatore più forte del mondo?”
“Boh… Pelè penso…” aveva risposto lui,
continuando a fare la bicicletta: “…e poi anche il Jack Charlton,
lui sì che è forte!”
“E poi? Riesce a dircelo un altro nome?”
Il ragazzo si era messo seduto, spalancando un
sorriso che faceva star bene.
La Juventus lo ha preso a inizio stagione per fargli
fare da riserva a Haller; giocherà sì e no una decina di minuti,
guadagnandosi con la stampa la fama di svogliato e incostante, e
tornandosene a Mantova due anni più tardi, ormai messo ai margini,
fuori condizione, pronto per chiudere la carriera, malgrado la
giovanissima età.
Roberto aveva incrociato il suo sguardo,
sorridendogli di rimando, quando Montorsi aveva aperto bocca e dato
fiato alle trombe.
“E poi c’è Tancredi!” aveva sentenziato,
puntandogli contro un dito: “Tancredi è fortissimo!”
A Roberto era scappata una grassa risata.
“E per lei, signor Tancredi? Quali sono i giocatori
più forti del mondo?”
“Beh… Montorsi, direi” aveva risposto, ancora
ridendo.
Quelli di ‘Hurrà’ invece non ridevano, si vede
che la battuta non l’avevano capita.
“E poi Pelé… Pelé senz’altro.”
“E il terzo? Ce lo può dare un terzo nome, signor
Tancredi?”
Adesso era Roberto che si era fatto serio; guardava
lontano, sembrava stesse facendo di sì con la testa.
“Chi è il terzo, Tancredi?”
“Il terzo è Franzon” aveva risposto lui, senza
cambiare espressione: “Sicuramente Roberto Franzon”.»
Mariella
Tancredi: La
moglie del protagonista è la persona che gli resta accanto per
tutta una vita, condividendone e cercando di addolcirne le
delusioni, i dolori, mediando costantemente fra il mondo esterno e
il carattere burbero e poco accondiscendente del marito. Si tratta
di un personaggio dal carattere forte, battagliero, sempre positivo,
apparentemente a proprio agio pure nei contesti sociali più
sgradevoli e improbabili.
«“Certo
che sì” aveva detto il luminare: “Guardi un po’ questa macchia
quaggiù”
Quindi gli aveva piazzato sotto al mento il foglio
nero della radiografia.
Roberto guardava, come gli era stato detto di fare,
però non riusciva a veder niente. A parte un tondino un po’ più
chiaro, nel centro esatto del polmone.
“È poco più grande di una monetina” aveva
precisato il dottore, “Deve avercelo da un paio di annetti, ormai.”
“Sì, ho capito, dottore” aveva borbottato lui:
“…ma che cos’è di preciso?”
“Questo non glielo so dire. Per essere sicuri
bisognerebbe intervenire… e, dopo l’intervento, analizzarlo.”
Roberto aveva preso un respirone: dottori e
operazioni non gli mettevano paura, figurarsi: era più indolenza la
sua, non sopportava l’idea di perdere tempo in loro compagnia, ecco
tutto.
“Guardi, Tancredi, che è una cosa da poco, una
sciocchezza.”
“Che cosa?” aveva chiesto lui, risollevando lo
sguardo sul volto lucido e smagrito del primario.
“Potremmo intervenire passando fra una costola e
l’altra. E lei sarebbe di nuovo in piedi in un paio di mesi, forse
anche meno.”
“No, io non posso” aveva tagliato corto Roberto,
rialzandosi in piedi, “Adesso ho da fare, una stagione da portare
in porto. E poi come faccio? …con la bimba che mi nasce a Gennaio…”
Mariella non era d’accordo, ovviamente.
“Come fai a dire una cosa del genere?” le ha
domandato lui.
Lei ha scrollato le spalle, con aria saputa.
“Ti pare possibile che mi hanno lasciato a casa
solo perché si sono accorti di quella monetina che ho dentro al
polmone?”
“Me l’hai raccontato te, no?”
“Che cosa?”
“Delle facce che faceva il dottor La Neve, il
medico della Juventus, tutte le volte che ti guardava le lastre!”
“Ma per piacere, Mariella…”
Lei ha scosso la testa, fingendosi spazientita.»
Roberto Franzon:
Franzon
è l’amico di una vita, il compagno di avventure che Tancredi
conosce fin da bambino, ben prima di cominciare a giocare a pallone.
Del portiere della Juventus, Franzon è l’esatto opposto: il
talento cristallino che a Tancredi non è mai stato riconosciuto, ma
anche l’etichetta di perdente appiccicata addosso, mentre l’amico
ha sempre indossato le vesti di un predestinato. Ha un carattere
solare e uno spirito guascone, nel quale Tancredi riesce sempre a
trovare uno stimolo, un contraltare positivo, pure nei momenti
difficili, in cui le alterne vicende delle due opposte carriere
sembrano quasi volerli dividere.
«La
notizia del trasferimento al Potenza in serie B era arrivata poco
prima dell’inizio delle vacanze e per Roberto era stata splendida:
più vicino a casa, anche se di poco… e molto più vicino alla
serie maggiore.
Aveva incrociato Franzon sul lungomare di Crepatura,
due giorni prima di partire per il ritiro: camminava sottobraccio con
Stefania, la fidanzata, proprio come lui faceva con Mariella.
Si erano fermati a metà del ponticello vicino ai
bagni Trieste e sulle prime Roberto non aveva saputo cosa dirgli.
“Non ti si è visto per niente, quest’estate!”
aveva deciso di rompere gli indugi Mariella; quel giorno aveva una
borsetta di pelle bianca e due scarpine dello stesso colore.
“Eh, no…” aveva bofonchiato Franzon in
risposta, “Ai Canottieri quest’Estate non ci sono venuto… La
rena di qui è molto più adatta per le sabbiature, sai… Me l’ha
detto il dottor Scaglietti.”
A Roberto non era riuscito di rispondere che con un
paio di cupi grugniti: si sentiva bloccato, non sapeva dire il
perché.
“Sembrava di rivederti in uno specchio” gli
avrebbe poi detto Mariella, poco dopo.
“Uno specchio?”
“Ma sì. Avevate tutti e due gli stessi sandali, la
stessa polo indosso… e anche la stessa faccia, a dirla tutta.”
Era la faccia di chi avrebbe tante cose da dire ma
proprio non ci riesce, aveva detto lei; Roberto, però, credeva di
avere visto qualcosa di più sulla faccia di Franzon: non la
delusione o la tristezza che si sarebbe aspettato, solo contentezza e
sincero affetto.
“E insomma… come ti va?” era riuscito
finalmente a domandare al vecchio amico.
“Eh… come al solito” aveva risposto quello,
sorridendo, “…ogni anno si semina, ma mica per raccogliere l’anno
dopo. Si semina per avere qualcosa da seminare di nuovo.”
“Eh sì” aveva convenuto Roberto.
Stava rimuginando su queste cose, ormai sulla strada
del ritorno, quando Mariella aveva bruscamente cambiato discorso.
“Si sposano, lo sai?” aveva mugugnato.
“Come?”
“Lui e Stefania” aveva precisato, “Si sposano
la primavera prossima.”
E mentre diceva così, teneva gli occhi fissi sul
selciato, il viso pensieroso, incorniciato dai capelli dorati.
Roberto allora l’aveva presa per mano, rallentando
il passo. L’aveva fissata intensamente e poi…»
Fabio Capello:
Nel
gioco delle parti che segue inevitabile alla scelta di trasformare
persone reali in personaggi, a Fabio Capello è toccato il ruolo di
‘cattivo’ del romanzo: la sua espressione perennemente
accigliata e il suo ruolo storico di ‘eterno cavallo di ritorno’
fra mondo romanista e mondo juventino hanno facilitato non poco il
compito di chi scrive. Fatto sta (e questa non è invenzione ma
storia) che è stato proprio lui a causare il grave infortunio che
ha strocato la carriera di Tancredi.
«“Mi
hanno visto” aveva pensato Roberto, “In televisione mi hanno
visto tutti, che non ho mosso un muscolo, che sono rimasto bloccato,
mentre la palla rimbalzava come dentro un flipper.”
Adesso sì che la stampa l’avrebbe impallinato e
poco importava che la Juve riuscisse a qualificarsi alla semifinale.
L’avrebbero crocifisso di sicuro, ancora peggio che dopo la partita
col Bologna.
Perani, che si era appena stirato e stava uscendo dal
campo, aveva fatto partire un tiraccio che somigliava più a un gesto
di stizza che a una conclusione vera e propria; la palla era
rimbalzata in mezzo a una selva di calzettoni bianconeri e Roberto,
già in tuffo, si era visto scavalcato da una parabola maligna.
Bologna uno, Juventus zero. Gli toccava tornare a
casa con quel risultato, con quella colpa cucita addosso.
“L’hai toccata te!” aveva sbraitato,
affrontando Capello a muso duro, negli spogliatoi.
Il centrocampista friulano gli aveva risposto con uno
dei suoi sguardi taglienti, ma non aveva detto nulla, non aveva
nemmeno cambiato espressione.
“Lo devi dire, Fabio… quella palla l’hai
deviata te?”
Come se questo potesse cancellare il gol subito.
Capello aveva ridacchiato, lanciandogli un’occhiata
di scherno.
“Come sarebbe a dire ‘deviata tè’?” aveva
mugugnato, scimmiottando l’inflessione toscana: “Non dire
cretinate, Fred.”
Per riportare la calma c’era voluto l’intervento
di Furino, a fare da paciere.
Sul treno, durante il viaggio di ritorno, la tensione
era palpabile; tra compagni continuavano a scambiarsi occhiate
nervose e dentro il vagone non volava una mosca. Tutti zitti e
immobili. Tutti a parte Picchi.
L’allenatore continuava a camminare avanti e
indietro lungo il corridoio, la faccia contratta in una smorfia di
dolore.
“Cosa fa, mister?” gli aveva domandato Morini,
“Non si viene a sedere?”
“Non ce la faccio” aveva risposto lui, “La
schiena mi fa un male tremendo… Non riesco nemmeno a stare fermo.”
Lo avevano ricoverato il giorno dopo, ma nessuno in
squadra conosceva i dettagli, nessuno aveva detto loro mezza parola
al riguardo.»
Gianluca Congiu
e il figlio: Unici
personaggi di fantasia del romanzo, sono i due sventurati turisti
capitati nel bar di Tancredi durante un violento acquazzone e hanno
lo scopo precipuo di ‘traghettare’ il lettore all’interno
della trama. Il padre, Gianluca, ha un passato da tiepido tifoso,
capace di infiammarsi solo in occasione di eventi epocali come i
mondiali dell’ 82… esattamente come la maggior parte di noi
comuni mortali, italiani medi schiavi di un rito, quello pallonaro,
di cui effettivamente conosciamo ben poco… ma che ogni volta
riesce a trascinarci agli estremi parossistici di un’isteria di
massa.
«Roberto
si ferma di fronte al bancone e si volta ad aspettare il turista
fiorentino con cui ha trascorso buona parte della mattinata.
La luce che filtra dalle vetrate è talmente intensa
che Gianluca è costretto a ripararsi gli occhi.
Oltre il portico adesso è Estate piena e frotte di
villeggianti sciamano distratti in mezzo alla provinciale, con borse
e ombrelloni fra le mani e abiti sgargianti indosso.
Per strada è tutto un correre e gridare, uno
strombazzare di macchine in coda, quasi che il freddo e l’acqua del
primo mattino non fossero stati nient’altro che un sogno.
“…e decise di andare in pensione?” domanda il
Fiorentino.
“Proprio così” risponde Roberto, ballonzolando
inquieto.
“…e si è ritirato in questo modo? Dalla sera
alla mattina?”
La risposta è un frettoloso cenno di assenso, ma
Gianluca non riesce a crederci: abbandonare il calcio di colpo, dopo
cinquant’anni di gioie, amarezze, trionfi, sconfitte…
Cinquant’anni di malattia, come l’ha definita Roberto.
“Sì, insomma, pressappoco così…” corregge il
tiro il vecchio portiere, che deve avere intuito la perplessità del
proprio ospite.
Fuori dal bar, un clacson risuona cinque volte, in
quello che ha tutta l’aria di un richiamo convenuto.
“Diciamo che, per prendere quella benedetta
decisione, un altro paio di annetti ce li avrei messi, ecco… Però
la svolta è stata proprio in quel momento lì, diciassette maggio
del duemilatré, la trasferta di Cosenza. Quel collassetto che…”
Gianluca rimane imbambolato, per niente convinto
dalle parole che ha appena sentito; come a volergli dare conferma,
Francesco, il figlio di Roberto, mezzo nascosto dalla vetrinetta
della pasticceria, ridacchia sornione al suo indirizzo.
Lo stesso clacson di prima risuona una seconda volta
e un uomo sulla settantina scende dalla macchina e lancia un grido
verso l’interno del bar.
“Oh, Pasèro! Ti muovi?! I saraghi non aspettano
mica noi!”
Ha ancora un fisico asciutto e nervoso, il viso scuro
incorniciato da folti capelli bianchi.
“Facciamo così” bofonchia Roberto,
riscuotendosi. “Tanto lei è qui in vacanza, no? Perché non torna
a trovarmi una di queste mattine? Così le racconto come è andata a
finire la storia.”
Non lascia a Gianluca il tempo di rispondere e si
fionda fuori dalla porta, scendendo gli scalini tre per volta.»