Approfittando di un momento di
tranquillità, il brigadiere scelto Felice Spaccaforno aprì il
cassetto della scrivania, prese la Gazzetta
dello Sport e iniziò
a sfogliarla.
“Mannaia!” inveì poco dopo
all’indirizzo della recluta Crippa.
Il tempo di leggere qualche
titolone sull’imminente gara ciclistica Milano-Sanremo e il giovane
poliziotto lo aveva interrotto.
“Che c’è?” chiese in malo
modo.
“Un tizio all’ingresso,
chiede di parlare col maresciallo.”
“Che tizio?” rispose
Spaccaforno mentre ripiegava il quotidiano.
“Uno dell’ospedale.”
“Nome?”
“Ma che cazzo te ne frega del
nome” gli venne da rispondergli.
Era un uomo di mezza età che
voleva parlare con il maresciallo punto e a capo. Il maresciallo
c’era? No. E allora bastava dirglielo e quello sarebbe ritornato
più tardi e pace amen. E poi il nome non glielo aveva detto né
tanto meno lui glielo aveva chiesto.
“Porca troia, prima o poi ti
mando affanculo” pensò Crippa “chiedo e torno.” E ritornò sui
suoi passi.
Il brigadiere gongolava.
Non che Crippa gli fosse
antipatico ma i giovani... ehhh! I giovani.
Secondo lui i giovani bisognava
tenerli costantemente sul chi vive; più degli altri Crippa, un
poliziotto di leva, per giunta figlio di papà e raccomandato
dall’alto.
Trasferito a Monza l’anno
precedente dal centro addestramento reclute, aveva preso da subito
una confidenza esagerata con la bicicletta d’ordinanza.
“Brutto affare” si era detto
il brigadiere.
Che a Spaccaforno toccassero
tutto, ma non quel velocipede che teneva sempre lustro e oliato e che
col trascorrere degli anni era diventato il suo personale mezzo di
trasporto casa-lavoro e viceversa, durante tutta la bella stagione.
Ancora un mesetto anche meno e ci
avrebbe rimontato la sella che ai primi freddi autunnali rimuoveva
personalmente per evitare che i colleghi facessero un uso
sconsiderato del velocipede durante l’inverno. Per maggior
sicurezza la custodiva al sicuro nella cantina di casa sua, avvolta
in una pagina di giornale. La bicicletta, invece, svernava al
calduccio sotto una coperta militare nella rimessa del commissariato.
“Il signore di là è Carlo
Sirtori, infermiere al San Gerardo.”
“E che vuole?”
“È qui per Egidio Travaglini,
il morto scomparso.”
A domanda risposta. Col cazzo lo
fregava ancora.
Al brigadiere la cosa puzzò.
L’infermiere del pronto soccorso? Cosa diavolo poteva avere costui
da riferire alla Polizia dopo quasi una settimana dalla scomparsa del
cadavere? Morale della favola: ‘che s’attaccasse a ’sta
minchia.’ Poi, però, la curiosità ebbe il sopravvento.
“Che si accomadasse” ordinò.
Appena in tempo, ancora pochi
istanti e l’infermiere avrebbe alzato i tacchi per la seconda
volta.
Erano notti che non dormiva. Ma
se lui aveva ragione non di meno ne aveva sua moglie. In fondo chi
era lui per mettere in dubbio il resoconto di un medico e per giunta
di uno specialista? Ciò non toglie che sempre lui, anche se in veste
di semplice infermiere, il ‘morto’ l’aveva visto respirare
ancora quando la Tirabaci l’aveva preso in consegna.
“Tira qualcos’altro quella
lì” brontolava strada facendo, diretto in commissariato.
Rodolfo Messa, suo collega al
geriatrico, un giorno gli aveva confidato che pur di fare carriera,
l’infermiera aveva avuto una relazione licenziosa col professor…
ma lasciamo perdere va là, in fondo non erano fatti suoi. Viceversa
erano affari suoi il peso sullo stomaco che provava da giorni e
l’inappetenza seguita, oltretutto accompagnati da improvvisi
giramenti di testa e senza contare gli incubi. Il più frequente era
Egidio che tra le fiamme dell’inferno lo accusava di reticenza e di
vigliaccheria. Basta! Si era detto, il momento di svuotare il sacco
era giunto.
Quella mattina, seduto dirimpetto
al brigadiere Felice Spaccaforno, si rese subito conto di avere a che
fare con lo stereotipo del vero meridionale doc.
Ci credo bene. Il militare non si
era rasato e il pelo irto della barba incolta gli rimarcava i
lineamenti del viso scuro, in netto contrasto con i capelli bianchi
dal taglio rigorosamente a spazzola. Forse per questo motivo gli
zigomi del brigadiere apparivano esageratamente sporgenti e gli occhi
scuri, piuttosto inquietanti. Due biglie nere come la pece, ecco
cos’erano quelli lì, mica occhi, che lo fissavano con una
diffidenza a dir poco esagerata.
“Dunque che c’è?” gli
chiese il graduato senza tanti preamboli.
“Ma dove cazzo l’ho già
visto?” Sirtori era certo, il viso del poliziotto gli ricordava
qualcuno, ma chi?
“Signor maresciallo!” esordì.
“Brigadiere scelto, prego” lo
corresse Spaccaforno.
Allora l’infermiere, scusatosi
per l’inesattezza, un po’ per forza d’inerzia e un po’ per
rispondere alle domande del poliziotto, raccontò per filo e per
segno di Egidio Travaglini, del suo arrivo in ospedale, eccetera,
eccetera. E più dipanava la matassa e più l’apprensione allo
stomaco lasciava spazio a una piacevole sensazione di fame che nella
mente di Carletto non tardò a configurarsi in una bella michetta con
dentro un mezzo etto di mortadella e due peperoni sott’aceto.
“Minchia! Unni l’ho già
visto chistu omu?”
Questa volta era Spaccaforno a
farsi la medesima domanda.
E così nella comune incertezza
se si fossero già visti oppure no e se sì dove e quando, trascorse
ancora qualche minuto prima che Amedeo Crippa terminasse di battere a
macchina la deposizione dell’infermiere.
“Fimmi
qui” disse infine il brigadiere, mettendo a fuoco per l’ultima
volta il volto del suo dirimpettaio, deciso a ricordare. E l’altro,
intuito l’antifona, decise di darsi una mossa, firmò il documento
senza rileggere e indossato il cappotto scomparve.
“Chi Diu u benedica!” esclamò
Spaccaforno sistemando il documento bene in vista sulla scrivania di
Cattadori.
“Che ti dicevo, Chippa, figghiù
miù beddu! Sto connuto ci ha preso paura e ora, dopo gionni
dall’accaduto, quatto, quatto, cci veni a raccontare ri chistu e ri
chiddu pensando che noi dui, ma soprattutto tu, e fessi semu!”
Crippa accennò un sorriso.
Nello stesso momento, a un
centinaio di metri dal commissariato, Carletto Sirtori stava immobile
sotto il portico del cinema Manzoni.
“Ustia!” esclamò senza
volerlo.
Un passante incuriosito si girò
a guardarlo.
Giovedì diciotto dicembre
millenovecentocinquantotto, San Siro, in campo Inter contro Juventus,
risultato finale Inter 1 Juventus 3.
Ma sì certo, era lui, il
poliziotto.
Tribuna popolare, terza fila, un
freddo polare. Il brigadiere era l’uomo che gli sedeva accanto, ma
con la barba fatta, in borghese, la sciarpa al collo e il borsalino
di feltro sulla testa. Porca troia! C’era mancato poco che
venissero alle mani.
I soliti ‘culi’ bianco neri.
L’arbitro, venduto, certo Vincenzo Orlandini, aveva interrotto la
partita precedente al 58’ causa nebbia, quando i nerazzurri
vincevano per due reti a zero.
“‘Mavadavialcù’”
concluse, rimettendosi in marcia “un terùn e per giunta juventino.
Il massimo!”