Dana non è più la ragazza piena di entusiasmo che tutti conoscono, qualcosa in lei si è spento. Le amiche di sempre, l’alternativa Vanessa e la talentuosa pianista Morgan, indagano ma trovano un muro. Nel frattempo, nel regno parallelo di Feerilandia, è allerta. Ariel, l’Angelo-Farfalla che duemila anni prima distrusse Atlantide, regno intermedio posto tra Terra e Feerilandia, si sta risvegliando. Strani fenomeni cominciano ad accadere, insieme a delle strane morti. È tempo di combattere e di affrontare le verità su se stessi, il mondo intero, le persone a cui vogliamo bene.
Dana sarà pronta ad affrontare il suo destino?
Faccia di luna piena. Come la supereroina dei suoi cinque anni.
Nera,
come i colori del corpo, dei vestiti, degli accessori.
I capelli
raccolti in due trecce dai riflessi blu. Le piccole mani avvolte
dall’organza dei guanti tagliati alle dita. Intorno a ciascuno dei
polsi, un bracciale di pelle nera adornato da una serie di bottoncini
metallici. Mancava soltanto l’anellino argentato alle labbra – il
naso era banale - ma Mommy era chiara: nessun piercing fino ai
quindici anni. Già i bracciali erano stati una concessione strappata
a suon di «Daiii!». Di tatuaggi se ne sarebbe parlato nell’anno
del mai.
«Vanessa, per l’ennesima volta, ti sganci dalla Wii?
Io e tuo padre ti dobbiamo parlare!»
La voce di mamma sembrava
provenire da Feerilandia. Il paese delle fate non era mai stato così
vicino.
Abbassò la mano. Con lei si spostò anche il cd sospeso
sopra al cuscino a forma di nuvola.
«Arrivo» rispose, con voce
meccanica.
L’inchiostro nello sguardo nero si ritirò, dando
spazio al bianco delle sclere. Si raggrumò all’interno della
pupilla, stretta, sempre più stretta, fino a quando non si ridusse a
un punto leggermente più scuro rispetto all’iride.
Vanessa
fissò il poster appeso alla parete di fronte, accanto alla finestra.
Sailor Moon troneggiava, vestita alla marinara, con il pollice e
l’indice posati sulla fronte, a formare una V. Dietro la bionda
eroina, le altre guerriere svettavano su colonne greche spezzate.
Si
avvicinò al letto. Sulla coperta color cioccolato risaltò la
superficie lucida del cd.
«Non ricordavo di averlo appoggiato
qui» commentò, infilandolo nell’indice della mano
sinistra.
«Vanessa?»
Una voce alle spalle, simile a un
fruscio, attirò la sua attenzione. Vide un’ombra proiettata oltre
il davanzale.
Sentì di nuovo il suo nome, questa volta
sussurrato, seguito dal movimento delle tende su cui si stagliavano
le ombre dei lampioni.
La ragazzina girò il dischetto intorno al
dito. Il tempo di vedere le crepe allungarsi sulla superficie: in una
manciata di secondi, si sbriciolò.
«Ben risvegliata,
Darkenia.»
Si avvicinò alla finestra. Le tende ondeggiavano,
coprendo la visuale dell’esterno.
«Chi sei?»
La voce si
sciolse nell’interrogazione, in un tremito. Dopo alcuni attimi di
titubanza, scostò il drappo in dévoré. Una mano le tappò la
bocca.
La creatura sporgeva dalla finestra, a testa in giù, come
Spider-Man.
Due orecchie appuntite. Canini affilati. Una manciata
di vibrisse sulle guance paffute. Un corpo femminile ricoperto da un
mantello tigrato grigio con sfumature dorate. Occhi inespressivi con
pupille gialle ridotte a esili spilli, fissi su di lei.
Nessuna
maschera o costume da supereroe e l’aspetto di un villain uscito da
qualche horror di serie B.
«Chi sei?»
Lo ripeté, questa
volta con voce ferma. Le bambine con il buio dentro non avevano mai
paura.
L’essere si lasciò dondolare, continuando a fissarla. A
un tratto, la pupilla si allargò, un soffio uscì dalle labbra,
seguito da parole gutturali.
«Non importa chi sono io. Importa
chi sei tu. Piccola Darkenia, coltiva la notte e sarai salvata dal
tuo destino.»
«Che cavolo… di che destino stai parlando?»
La
zampa troncò ogni speranza di risposta. Calò, velocissima, con gli
artigli spianati contro di lei.
Vanessa si parò con le mani,
prima che potesse ferirla al volto. Dai palmi spalancati, rivolti
all’esterno, si produsse una bolla argentata diretta alla creatura,
che si sollevò facendo leva sul bacino. La bolla le sfiorò la
spalla strappandole un gemito di dolore. L’odore di bruciato si
avvertì, lieve ma acre.
«Vattene via!» gridò, con tutta la
voce che aveva nel piccolo corpo.
Strinse gli occhi e spalancò
la mano: uno strale dorato uscito dal palmo, debellò la coltre di
nebbia raccolta intorno al corpo della creatura felina, come a voler
creare un momento di smarrimento. Si rivelarono di nuovo le facciate
dei palazzi, affollati intorno a quello in cui lei abitava.
Il
buio restava come una presenza palpitante. Un tappeto inquieto su cui
camminare a passi felpati. Si riversò in lei come una colata liquida
e calda, resa solida dal tocco del suo terreno più intimo.
All’improvviso, si sentì stanca. Arretrò e si lasciò cadere
sul letto. Percepì la voce per l’ultima volta, il commiato prima
di addormentarsi.
«A presto, Darkenia.»

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