Respiro Readers
vi segnaliamo il romanzo
dell'autore italiano Simone Censi.
TITOLO: Amico, nemico
AUTORE: Simone Censi
CASA EDITRICE: Edizioni Montag
COLLANA: Le Fenici
GENERE: Narrativa
PAGINE: 97
DATA USCITA: 1 Gennaio 2015
Provenienti da storie familiari simili, due ragazzi si conoscono e stringono una solida amicizia all'interno di un istituto industriale irlandese, struttura d'ispirazione cattolica con lo scopo di accogliere ragazzi abbandonati o provenienti da famiglie disagiate. Amici, con caratteri diversi ma uniti dalle difficoltà, vivranno fra malnutrizione e soprusi, vittime delle particolari attenzioni di chi dovrebbe garantire la loro salute e formazione. Gli eventi scardineranno la loro amicizia fino a farli allontanare e perdere di vista. Si ritroveranno più avanti, in qualità di insegnanti, ognuno su barricate differenti, ma qualcosa di profondo e terribile li avrà cambiati per sempre.
Mia madre mi partorì tra infiniti dolori a Bray, una cittadina dal sorriso sdentato che si affaccia nella costa est dell’Irlanda, proprio di fronte ai nostri tanto odiati dirimpettai, a nord della contea di Wicklow, famosa per i Monti Wicklow, troppo bassi per essere definiti tali e conosciuta anche come “Giardino d’Irlanda” dato che tutti gli abitanti di Dublino, oltre chiaramente ai turisti, ci invadono nei fine settimana per fare delle grandi scampagnate per poi ritornare a casa loro una volta finita la festa.
La contea di Wicklow è l’ultima contea d’Irlanda in ordine alfabetico, l’ultima a essere stata fondata strappando un pezzo di terra alla Contea di Dublino e fu piegata da Olivier Cromwell, subito dopo la sua fondazione, perché inizialmente schierata a favore della monarchia britannica di Carlo I.
Ora magari potreste aver già sentito questi nomi associati ai posti più belli di tutta l’Irlanda, questo è vero, se avete la possibilità di venirci a trovare fatelo pure, sopporteremo anche voi, ma chi è nato senza gli occhi per piangere non ha gli occhi neanche per apprezzare queste bellezza della natura.
I miei avevano una vecchia baracca scalcinata nella parte periferica della città, lontano dal mare, lontano dai divertimenti, lontano dalle bellezze che i turisti tanto ci invidiano, mentre vicino a noi abitava la Povertà, in una splendida casa, certamente migliore della nostra.
Le vie di uscita che la sorte permetteva a chi abitava in questo posto erano l’alcool e una vita mediocre piena di sacrifici, oppure l’esatto contrario, la totale negazione della vita che passava attraverso lo scorsoio di una fune con un capo legato a un alto ramo.
L’unica via di fuga da questa scelta obbligata, la terza via, la potevi intraprendere solamente se vantavi un’integerrima fibra morale e un’estasiante vocazione capace di srotolarti un tappeto rosso verso la fede. O almeno bastava lasciar credere agli altri che eri in possesso di tali requisiti.
Mio padre, Jill O’Brien, non era certo un uomo forte, soprattutto fisicamente. Era una persona più che buona direi innocua, che lavorava come schiavo in una fabbrica americana che aveva impiantato la sua produzione di medicinali dalle nostre parti, confidando nella manodopera a basso costo. La chiamavano dislocazione. Ne avete mai sentito parlare?
Era un accanito bevitore di qualsiasi cosa potesse dare alla testa, era alla ricerca del perfetto effetto stordente e non lo posso certo biasimare, vista la realtà in cui eravamo inzuppati.
C’è da dire che poche cose come l’alcool riuscivano a calmare l’inquietudine che quell’uomo portava dentro di sé fin da ragazzo. Mio padre aveva un fisico più che asciutto, quasi secco.
Capelli biondi, ovvero quelli che ancora riuscivano a reggersi sulla sua testa ignari della forza di gravità, come le foglie di una quercia in autunno che credono di essere aghi di pino. Aveva i tratti del volto incassati, vuoi per gli stenti, vuoi per le sregolatezze. Aveva un ghigno sempre presente sul suo volto, una maschera che non toglieva mai nemmeno quando andava a dormire.
Quel ghigno era la più bella eredità desiderabile, però toccò a mio fratello.
Descritto mio padre, posso pure passare in rassegna la mamma. Più che una donna, quella era un sergente. Molto energica e corpulenta, con voce rauca, grande nell’economia domestica e nel sapersi arrangiare.
D’altra parte mandare avanti una famiglia in quel difficile periodo non era una cosa semplice.
Alta e tozza, fiera di essere irlandese fino in fondo, il vero motore della baracca, il punto di riferimento di tutta quanta la famiglia.
Aveva delle braccia enormi e allo stesso tempo agili, quando doveva andare a piazzare una sberla o una sculacciata. Mi sono sempre chiesto come aveva fatto una donna così a sposare un uomo come mio padre, troppa era la differenza fisica che poteva essere solamente paragonata alla differenza caratteriale.
Se qualcuno sta già pensando alla vecchia storia delle due metà che si ricongiungono o al fatto che due persone tanto diverse possano tra di loro andare a compensarsi, può farsi gli affari suoi. Scoprii solamente molto tempo dopo che lui l’aveva messa incinta in una sera di bagordi, di mio fratello maggiore. Poi fatto trenta, fecero trentuno e trentadue, io e mia sorella. Tutto mi fu più chiaro da capire.
Certamente le cure da mia madre non mi mancarono mai, ma un po’ di calore materno posso dire di sì. Intorno alla nostra baracca, e dico baracca perché non si trattava di altro, avevamo un pezzo di terra con ortaggi e animali. Mia madre cresceva patate, verdure, galline, conigli e figli alla stessa maniera, con la stessa autorità.
L’unico che la scampava, ma per comprovata indisposizione a mia madre, era mio padre.
Raramente vidi i miei scambiarsi effusioni. Mio padre preferiva molto di più baciare il collo della bottiglia, tanto mia madre si poteva baciare solo quando non urlava e questo accadeva solo quando dormiva. E non sempre.
Il sacrificio maggiormente richiesto nella nostra famiglia, come a chissà quante altre nelle nostre condizioni, era quello di tirare la cinghia. Mio padre la stringeva al fegato, mio fratello alle ossa, io la cinghia non l’avevo nemmeno, ce l’aveva mia madre e la tirava addosso a chi gli capitava a tiro.
Joes, mia sorella, invece era la mezzana.
Un fiore nato nel cemento, l’angelo beatificatore della casa, la mosca bianca e l’accordo in mezzo a una stonatura. Di mio padre non aveva assolutamente niente, ma non si poteva fare alcuna allusione perché non aveva niente nemmeno di mia madre. Poteva essere stato solamente un errore di consegna della cicogna. Nient’altro. La fortuna colpisce con mezzi strani ed a volte incomprensibili.
C’e’ chi vince alla lotteria e a chi invece capita di ricevere un dono così prezioso dal cielo.
La lotteria ci avrebbe sistemato tutti, ma non fa niente. Lei era dolcissima e sempre più bella con l’andare del tempo. A lei andavano tutte le attenzioni, le cose migliori, era il riscatto della famiglia ed anche per noi lo era. Noi per primi giustificavamo tale disparità.
Era legittimo che fosse trattata meglio, perché lei era meglio e poi tanto noi, eravamo della risma che se non la tratti male non viene mica su bene. Tutti fantasticavamo per lei un matrimonio da sogno, tanta era la sua bellezza che di per sé poteva sopperire a una totale mancanza di dote.
Tutti attendevamo con ansia questo futuro sposo e sinceramente tutti lo immaginavamo sproporzionatamente ricco, tanto da poter sistemare lei e al contempo noi tutti.
Per questi motivi nostra sorella doveva essere preservata sotto una campana di vetro da noi tutti e mio fratello ed io a suon di pugni la tenevamo lontana da improbabili e stravaganti quanto squattrinati pretendenti.
Io e mio fratello eravamo una bella coppia, sempre insieme a fare danno, fatti entrambi della stessa pasta. Di lui mi rimane il caro e lontano ricordo di tutti i disastri che abbiamo combinato in adolescenza ma la cosa più assurda è che di lui, oramai a tantissimi anni di distanza, riesco a sentire nei miei ricordi ancora il suono della sua voce ma non il suo volto.
I suoi lineamenti rimangono confusi nei meandri della memoria e tra i tanti pensieri la sua ombra non riesce mai a mostrami il suo volto.




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