Respiro Readers
vi segnaliamo il romanzo
dell'autore italiano Sergio Ragone.
TITOLO: Una mancanza perfetta
AUTORE: Sergio Ragone
CASA EDITRICE: Editrice Hermaion
GENERE: Narrativa
PAGINE: 180
PREZZO CARTACEO: 10.00
DATA USCITA: 27 Dicembre 2019
Avere venti anni in una città del Sud e riscoprirsi adulti, a quasi quaranta, alle prese con l'amore digitale, liquido, immaginato. La storia di Laura e Luca è una fotografia calda e traslucida delle relazioni umane dei nostri tempi, tra sentimenti percepiti e mai realmente vissuti e solo raccontati. La precarietà del lavoro come metafora esistenziale, la vita lontano da casa come unica via possibile per affermare il proprio talento. Nelle pieghe delle lettere dei due protagonisti un sentimento di appartenenza reciproco, fatto di ricordi, illusioni e un bisogno di tenere salde le proprie origini come ferme radici di alberi scossi dal vento. La mancanza perfetta è l'attesa, un tempo sospeso in cui tutto è possibile e che i due protagonisti scelgono per non spegnere la luce calda del loro amore, fino a quando Luca non deciderà di dare una svolta alla sua vita e a quella di Laura.
Old Fashioned con
ghiaccio, sigaro spento, una musica anni ‘30 si diffonde nel locale
dalle casse posizionate agli angoli, voci di donna, qualche sorriso,
un paio di tavoli molto rumorosi. Non si distinguono le parole, ma è
sabato ed i discorsi saranno tutti attorcigliati tra lavoro, affari
di cuore, cronaca locale, pochissima politica. Una donna parlotta
nell’orecchio dell’amica, i loro compagni usano il cellulare per
mandare dei messaggi agli amici del calcetto, o forse a qualche altra
ragazza. Due coppie giovani, vestiti senza alcun criterio estetico,
si accomodano sui divani bianchi. La musica, per fortuna, ci porta
altrove, in uno di quei locali della vecchia America raccontati da
Beigbeder nel suo romanzo su Salinger e la signora Chaplin. E’
sabato. Un sabato qualunque. Un sabato italiano, direbbe Sergio
Caputo. Il meglio sembra essere passato, e noi non ce ne siamo
nemmeno accorti, direi io: Luca, trentasei anni, nato sotto il segno
dei pesci. Da qualche tempo a questa parte non sopporto più il
sabato. Figuriamoci quelli qualunque. In verità sono molte le cose
che non sopporto più. Non sopporto il dolore, ma nemmeno la troppa
gioia. Meglio una a metà, che non genera ansie e paranoie. Non
sopporto il rumore, il chiasso, il suo silenzio, le parole che non mi
hai detto, quelle che non avrei mai voluto dire, quelle che avrei
dovuto dire e quelle che ormai mi definiscono. Non so stare troppo
tempo con gli altri, la solitudine mi annoia, il continuo spiegare mi
affatica, le cose non chiare mi innervosiscono. Non sopporto la
schweppes tonica, miscelata con la vodka è come un rigore contro al
novantesimo mentre stai zero azero. Non sopporto i puri, i duri,
quelli naturali come il tonno, quelli che non mangiano carboidrati.
Di loro non mi fido affatto. Ormai non tollero più il sabato sera,
le polemiche sui parcheggi, la dialettica anti sistema e chi la
alimenta. Le ragazze troppo belle che non escono mai di sabato sera,
magari lo fanno in settimana ma gioca la Juve e allora ciao. Quelle
meno belle, invece, escono anche il sabato sera, ma lo stesso ciao.
Non sopporto l'idea che un elenco del genere possa essere ispirato da
Paolo Sorrentino, ma senza di lui nulla di quello che oggi scriviamo
potrebbe ambire a grandi successi. Sto bevendo -piano piano- il mio
old fashioned con molto ghiaccio. Il barman è gentile e ci sa fare
con i clienti. Dopo un po’ mi prepara il mio secondo cocktail,
l’ultimo per questa sera. Con la coda dell’occhio guardo
distrattamente la ragazza appena entrata. E’ magra, non molto alta,
ed ha le gambe perfette. Fossi uno di quelli mi alzerei e ci proverei
subito. Non ho mai avuto il coraggio di rimorchiare, la fretta di
concludere non è mai stato il mio forte. Ho sempre invidiato i miei
amici, per nulla timidi e coraggiosi nel primo approccio. Così come
nel secondo. E nel terzo. Sono molto lento, ma credo sia più per
pigrizia che per timidezza. Sono un maratoneta della seduzione, io.
E’ che spesso mi manca la lucidità sotto porta: tutta colpa di
quel gol mai fatto, a 12 anni, nel campetto dove giocavo da bambino.
La scena è questa, ve la racconto brevemente. Lancio dalla difesa
direttamente sul mio petto. Stop a seguire di sinistro, la mia tazza
di mate, e lunga corsa sulla fascia destra. Ho sempre giocato su
quella fascia, dai 6 a pochi anni fa, non so perché. Io mi sono
sempre sentito più centrocampista di fantasia, eppure le cose
migliori le ho sempre fatte lì, su quella linea laterale che separa
il campo dal fallo laterale. Ne scarto uno, facile. Ne scarto due, ma
mi fa fallo. Non cado e continuo la corsa senza fiato. Mi dirigo
verso il centro dell’area, i due difensori iniziano a convergere
verso di me ma inspiegabilmente senza fretta. Poi si accorgono che è
proprio la porta che sto puntando ed iniziano a correre più
velocemente. Sono lì, vicini, sento il loro respiro, il loro sudore.
Chiudo gli occhi, tiro sicuro. Palo!
La sento ancora addosso
la delusione per quel palo, la frustrazione per quel gol mancato. E’
come un amore interrotto. Se solo avessi avuto più coraggio, più
precisione e meno forza. Quel palo mi ha condizionato per molto
tempo. Ricordo che nei mesi successivi decisi di giocare centrale di
difesa e di vendicarmi di quell’occasione mancata
perfezionando il recupero palla un attimo prima del
tiro dell’avversario. Devo dire che qualche soddisfazione me la
sono tolta, ma quel gol è ancora lì, stampato su quel palo, in uno
dei pochi campetti al mondo che ancora non è stato sostituito da
qualche centro commerciale o da un parcheggio. Che beffa. Che buffo.
In quel gol mancato e nella poca lucidità sotto porta è concentrato
il succo del racconto della mia vita sentimentale, fatta di false
partenze, di “giorni perduti a rincorrere il vento”, di morsi e
rimorsi, di viaggi in treno ed auto in lungo e largo per la penisola,
di amari pentimenti per le poche ma buone occasioni perse. E di
lettere. Una cinquantina di lettere che ancora conservo in una
scatola rossa, consumata dal tempo e dai traslochi. C’è un verso
di una canzone che dice: forget about your house of cards and I'll
do mine; spesso la riascolto, quando voglio immergermi, con tutta
la nostalgia del mondo, nei ricordi del tempo sfuggito, delle
occasioni perdute, delle ore d’amore mai consumate. Nei sentimenti
interrotti. C’è poi un’altra cosa che faccio da qualche tempo a
questa parte: non esco più di sera. Lo so che vi sembrerà assurdo,
dato che vi sto scrivendo da un bancone lucido e pulito di un
cocktail bar, ma è davvero una cosa rara. Restare a casa è una cosa
bellissima. Voi non avete idea di quanto sia bello starsene a casa
dopo una settimana di lavoro, di stress, di paranoie accumulate, di
precarietà consumata, di sozzurre e parlare sciatto. C’è un
termine preciso per spiegare questa tendenza: Hygge. E’ danese, è
facilmente traducibile, e spiega meglio di altri questo atteggiamento
che potremmo meglio spiegare così: “stare insieme in un posto
accogliente”, dove per “posto accogliente” si intende la
propria casa, solitamente non molto grande, magari presa in affitto,
con Wi-Fi, e che nei weekend diventa il luogo ideale. Tutta colpa
dello streaming, sia chiaro, non della pigrizia. Siamo diventati la
generazione on-demand: quello che vogliamo lo otteniamo con un paio
di click. Il che va bene quando devi comprare l’ultimo paio di
Clarcks o di Louboutin, se devi prenotare il weekend da qualche parte
o se devi prendere i biglietti per quel concerto che aspetti da una
vita. Il problema sussiste quando credi che tutto ciò possa andare
bene anche con i ricordi, i sentimenti, la politica, la democrazia.
Soprattutto con questi ultimi due.Ora sono qui, in questo posto così
cortese, ed aspetto. Un tempo, però, non ero così. Fino a qualche
anno fa era tutto diverso, era come se le giornate fossero un periodo
continuo, diffuso. Io me li ricordo ancora certi venerdì sera, a
venti anni, quando il tempo era solo davanti. Come quella sera di
maggio, in cui scoprii il flamenco, il vino francese, e gli effetti
delle due cose mescolate e non agitate.




Nessun commento:
Posta un commento