giovedì 6 febbraio 2020

Segnalazione Romanzo - UNA MANCANZA PERFETTA di Sergio Ragone







Respiro Readers

vi segnaliamo il  romanzo

dell'autore italiano Sergio Ragone.











TITOLO: Una mancanza perfetta

AUTORE: Sergio Ragone

CASA EDITRICE: Editrice Hermaion

GENERE: Narrativa

PAGINE: 180

PREZZO CARTACEO: 10.00

DATA USCITA: 27 Dicembre 2019







Avere venti anni in una città del Sud e riscoprirsi adulti, a quasi quaranta, alle prese con l'amore digitale, liquido, immaginato. La storia di Laura e Luca è una fotografia calda e traslucida delle relazioni umane dei nostri tempi, tra sentimenti percepiti e mai realmente vissuti e solo raccontati. La precarietà del lavoro come metafora esistenziale, la vita lontano da casa come unica via possibile per affermare il proprio talento. Nelle pieghe delle lettere dei due protagonisti un sentimento di appartenenza reciproco, fatto di ricordi, illusioni e un bisogno di tenere salde le proprie origini come ferme radici di alberi scossi dal vento. La mancanza perfetta è l'attesa, un tempo sospeso in cui tutto è possibile e che i due protagonisti scelgono per non spegnere la luce calda del loro amore, fino a quando Luca non deciderà di dare una svolta alla sua vita e a quella di Laura.





Old Fashioned con ghiaccio, sigaro spento, una musica anni ‘30 si diffonde nel locale dalle casse posizionate agli angoli, voci di donna, qualche sorriso, un paio di tavoli molto rumorosi. Non si distinguono le parole, ma è sabato ed i discorsi saranno tutti attorcigliati tra lavoro, affari di cuore, cronaca locale, pochissima politica. Una donna parlotta nell’orecchio dell’amica, i loro compagni usano il cellulare per mandare dei messaggi agli amici del calcetto, o forse a qualche altra ragazza. Due coppie giovani, vestiti senza alcun criterio estetico, si accomodano sui divani bianchi. La musica, per fortuna, ci porta altrove, in uno di quei locali della vecchia America raccontati da Beigbeder nel suo romanzo su Salinger e la signora Chaplin. E’ sabato. Un sabato qualunque. Un sabato italiano, direbbe Sergio Caputo. Il meglio sembra essere passato, e noi non ce ne siamo nemmeno accorti, direi io: Luca, trentasei anni, nato sotto il segno dei pesci. Da qualche tempo a questa parte non sopporto più il sabato. Figuriamoci quelli qualunque. In verità sono molte le cose che non sopporto più. Non sopporto il dolore, ma nemmeno la troppa gioia. Meglio una a metà, che non genera ansie e paranoie. Non sopporto il rumore, il chiasso, il suo silenzio, le parole che non mi hai detto, quelle che non avrei mai voluto dire, quelle che avrei dovuto dire e quelle che ormai mi definiscono. Non so stare troppo tempo con gli altri, la solitudine mi annoia, il continuo spiegare mi affatica, le cose non chiare mi innervosiscono. Non sopporto la schweppes tonica, miscelata con la vodka è come un rigore contro al novantesimo mentre stai zero azero. Non sopporto i puri, i duri, quelli naturali come il tonno, quelli che non mangiano carboidrati. Di loro non mi fido affatto. Ormai non tollero più il sabato sera, le polemiche sui parcheggi, la dialettica anti sistema e chi la alimenta. Le ragazze troppo belle che non escono mai di sabato sera, magari lo fanno in settimana ma gioca la Juve e allora ciao. Quelle meno belle, invece, escono anche il sabato sera, ma lo stesso ciao. Non sopporto l'idea che un elenco del genere possa essere ispirato da Paolo Sorrentino, ma senza di lui nulla di quello che oggi scriviamo potrebbe ambire a grandi successi. Sto bevendo -piano piano- il mio old fashioned con molto ghiaccio. Il barman è gentile e ci sa fare con i clienti. Dopo un po’ mi prepara il mio secondo cocktail, l’ultimo per questa sera. Con la coda dell’occhio guardo distrattamente la ragazza appena entrata. E’ magra, non molto alta, ed ha le gambe perfette. Fossi uno di quelli mi alzerei e ci proverei subito. Non ho mai avuto il coraggio di rimorchiare, la fretta di concludere non è mai stato il mio forte. Ho sempre invidiato i miei amici, per nulla timidi e coraggiosi nel primo approccio. Così come nel secondo. E nel terzo. Sono molto lento, ma credo sia più per pigrizia che per timidezza. Sono un maratoneta della seduzione, io. E’ che spesso mi manca la lucidità sotto porta: tutta colpa di quel gol mai fatto, a 12 anni, nel campetto dove giocavo da bambino. La scena è questa, ve la racconto brevemente. Lancio dalla difesa direttamente sul mio petto. Stop a seguire di sinistro, la mia tazza di mate, e lunga corsa sulla fascia destra. Ho sempre giocato su quella fascia, dai 6 a pochi anni fa, non so perché. Io mi sono sempre sentito più centrocampista di fantasia, eppure le cose migliori le ho sempre fatte lì, su quella linea laterale che separa il campo dal fallo laterale. Ne scarto uno, facile. Ne scarto due, ma mi fa fallo. Non cado e continuo la corsa senza fiato. Mi dirigo verso il centro dell’area, i due difensori iniziano a convergere verso di me ma inspiegabilmente senza fretta. Poi si accorgono che è proprio la porta che sto puntando ed iniziano a correre più velocemente. Sono lì, vicini, sento il loro respiro, il loro sudore. Chiudo gli occhi, tiro sicuro. Palo!

La sento ancora addosso la delusione per quel palo, la frustrazione per quel gol mancato. E’ come un amore interrotto. Se solo avessi avuto più coraggio, più precisione e meno forza. Quel palo mi ha condizionato per molto tempo. Ricordo che nei mesi successivi decisi di giocare centrale di difesa e di vendicarmi di quell’occasione mancata
perfezionando il recupero palla un attimo prima del tiro dell’avversario. Devo dire che qualche soddisfazione me la sono tolta, ma quel gol è ancora lì, stampato su quel palo, in uno dei pochi campetti al mondo che ancora non è stato sostituito da qualche centro commerciale o da un parcheggio. Che beffa. Che buffo. In quel gol mancato e nella poca lucidità sotto porta è concentrato il succo del racconto della mia vita sentimentale, fatta di false partenze, di “giorni perduti a rincorrere il vento”, di morsi e rimorsi, di viaggi in treno ed auto in lungo e largo per la penisola, di amari pentimenti per le poche ma buone occasioni perse. E di lettere. Una cinquantina di lettere che ancora conservo in una scatola rossa, consumata dal tempo e dai traslochi. C’è un verso di una canzone che dice: forget about your house of cards and I'll do mine; spesso la riascolto, quando voglio immergermi, con tutta la nostalgia del mondo, nei ricordi del tempo sfuggito, delle occasioni perdute, delle ore d’amore mai consumate. Nei sentimenti interrotti. C’è poi un’altra cosa che faccio da qualche tempo a questa parte: non esco più di sera. Lo so che vi sembrerà assurdo, dato che vi sto scrivendo da un bancone lucido e pulito di un cocktail bar, ma è davvero una cosa rara. Restare a casa è una cosa bellissima. Voi non avete idea di quanto sia bello starsene a casa dopo una settimana di lavoro, di stress, di paranoie accumulate, di precarietà consumata, di sozzurre e parlare sciatto. C’è un termine preciso per spiegare questa tendenza: Hygge. E’ danese, è facilmente traducibile, e spiega meglio di altri questo atteggiamento che potremmo meglio spiegare così: “stare insieme in un posto accogliente”, dove per “posto accogliente” si intende la propria casa, solitamente non molto grande, magari presa in affitto, con Wi-Fi, e che nei weekend diventa il luogo ideale. Tutta colpa dello streaming, sia chiaro, non della pigrizia. Siamo diventati la generazione on-demand: quello che vogliamo lo otteniamo con un paio di click. Il che va bene quando devi comprare l’ultimo paio di Clarcks o di Louboutin, se devi prenotare il weekend da qualche parte o se devi prendere i biglietti per quel concerto che aspetti da una vita. Il problema sussiste quando credi che tutto ciò possa andare bene anche con i ricordi, i sentimenti, la politica, la democrazia. Soprattutto con questi ultimi due.Ora sono qui, in questo posto così cortese, ed aspetto. Un tempo, però, non ero così. Fino a qualche anno fa era tutto diverso, era come se le giornate fossero un periodo continuo, diffuso. Io me li ricordo ancora certi venerdì sera, a venti anni, quando il tempo era solo davanti. Come quella sera di maggio, in cui scoprii il flamenco, il vino francese, e gli effetti delle due cose mescolate e non agitate.



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