Apparentemente nulla, eppure qualcosa che li lega c’è. Qualcosa che giace, indisturbato, nel sottosuolo del continente antartico da milioni di anni.
Base scientifica Skyline, stazione climatologica temporanea dell’Antartide orientale.
Durante un’indagine di routine, un’equipe di scienziati si imbatte in una scoperta sensazionale: inglobato nella roccia, sotto i ghiacci antartici, giace un oggetto dai chiari contorni geometrici. Quando il reperto viene disseppellito appare inequivocabile la sua origine artificiale: l’oggetto è una sorta di capsula, costruita in un materiale sconosciuto. Ma la cosa più incredibile è che la roccia che lo inglobava risale a duecentocinquanta milioni di anni fa, quando l’uomo doveva ancora fare la sua comparsa sulla Terra. La scoperta va contro ogni logica, ma gli scienziati non hanno dubbi: quel reperto è stato costruito da una forma di vita intelligente ed estremamente evoluta.
Oceano Antartico, rompighiaccio per la ricerca oceanografica Deepocean.
Un team di scienziati, impegnati nelle ricerche sulla corrente circumpolare antartica, si imbatte in un fenomeno mai visto: un enorme gorgo, largo centinaia di chilometri, la cui origine è ignota. Le sue acque vorticose sono letali: la quantità di ossigeno al suo interno è talmente bassa da essere incompatibile con la vita, e la fauna marina se ne tiene prudentemente alla larga.
Cos'è il misterioso oggetto scoperto sotto i ghiacci antartici, e quali segreti porta con sé? Cosa sono, e da dove arrivano quei gorghi marini privi di ogni forma di vita? Quando gli scienziati inizieranno a indagare, scopriranno una realtà talmente spaventosa che desidereranno non averlo mai fatto.
Un’avvincente avventura tra i ghiacci antartici, sullo sfondo di una prossima apocalisse.
Non riuscivo a staccare lo sguardo da quelle bizzarre mura. Ero come ipnotizzato a percorrerne il profilo, l’insolita forma triangolare e la bizzarra consistenza. Non assomigliavano a nulla di conosciuto. Lay taceva, lasciandomi il tempo di metabolizzare quell’incredibile reperto. Alcuni uomini si spostarono ai bordi del sito, offrendomi una visuale più completa, e in quell’attimo notai un particolare che prima mi era sfuggito. Incastonato esattamente al centro di quella singolare struttura geometrica vi era qualcosa di ancora più incomprensibile, e, a differenza delle mura che erano danneggiate in più punti, quell’oggetto appariva perfettamente conservato. Lo osservai con più attenzione. Era dello stesso materiale poroso con cui erano state costruite le mura, ma la sua forma sfaccettata ricordava vagamente quella di un cristallo. Nel complesso, nonostante l’apparente fragilità, l’intera struttura era molto ben conservata.
Ero stupefatto. Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia.
«Sembra un’opera aliena...» mormorai. «Non ha nulla di vagamente riconducibile a precedenti scoperte archeologiche.»
«Non posso darle torto. Questa costruzione ha un aspetto insolito, per usare un eufemismo.»
Indicai il manufatto a forma di cristallo. «Quell’oggetto al centro, avete un’idea di cosa possa essere?»
«Appena potremo estrarlo avremo più risposte…» rispose Lay. «Ma all’apparenza sembrerebbe essere una sorta di contenitore ermetico.»
«Un contenitore…» Ero stupefatto. Non riuscivo a capire che senso avesse, a meno che non si trattasse di un sepolcro. Ma quell’oggetto era troppo piccolo per contenere un corpo.
Lui continuò: «Ciò che abbiamo estratto dal ghiaccio è solo una parte di quella che, anticamente, era una costruzione molto complessa. Alcuni dei pezzi che la componevano sono andati distrutti ma il disegno generale è ancora intuibile. Pensiamo che, in origine, queste mura andassero a costituire un solido a venti facce triangolari, quello che si definisce un icosaedro. Così come icosaedrico è anche il contenitore ermetico al suo centro. Chiaramente non è un edificio, né un tempio, e nemmeno una tomba. Sembra più una corazza, come l’esoscheletro di certi insetti o il guscio di un seme... Qualcuno voleva che quest’oggetto sopravvivesse il più a lungo possibile allo scorrere del tempo».
«Ma chi può aver costruito una cosa di questo genere? E perché?» chiesi senza riuscire a distogliere lo sguardo dall’area dello scavo.
«Non so darle una risposta. La nostra teoria è che chiunque abbia costruito questa struttura l’abbia fatto per proteggere qualcosa che era ritenuto di estrema importanza. Per ora tutto ciò che possiamo supporre è che, chiunque sia stato, appartenesse a una civiltà evoluta. Le tecniche architettoniche adottate, infatti, sono tutt’altro che primitive, e il materiale utilizzato… beh, quello non abbiamo proprio idea di cosa sia.»
Il cielo si era rannuvolato e spirava una brezza gelida. Rabbrividii, mi sentivo intirizzito e la pelle del viso bruciava dal freddo. Sicuramente la temperatura si era abbassata, e stare immobile in mezzo a tutto quel ghiaccio non aiutava.
«È meglio tornare» disse Lay, infreddolito quanto me. Poi, senza aspettare una mia risposta, si avviò sulla strada del ritorno. Lo seguii affannosamente, non mi ero ancora abituato a muovermi sul ghiaccio con addosso quegli indumenti ingombranti. Il manto nevoso scricchiolava sotto i miei piedi mentre continuavo a rimuginare sul significato di ciò che avevo appena visto.
«Cosa può esserci di così importante là dentro? Perché darsi tanta pena per preservarlo?» tornai a chiedere a Lay che camminava a passo spedito due passi avanti a me.
Si fermò ad aspettarmi poi rispose: «Non lo sappiamo, possiamo solo fare delle congetture».
Sembrava restio a parlarne ma io insistetti.
«L’ipotesi più probabile è che qualcuno abbia voluto lasciare una testimonianza di sé che fosse visibile anche dopo milioni di anni. Forse un messaggio per i posteri, chi lo sa...» rispose infine, riprendendo il cammino.
«Mi sta dicendo che questo non è un semplice ritrovamento archeologico bensì una capsula del tempo? E che probabilmente contiene un messaggio dal lontano passato?» La mia voce suonava affannata mentre tentavo di tenere il suo passo.
«So che può essere difficile da credere, ma è esattamente ciò che pensiamo.»
«Quindi è possibile che in quel contenitore possa esserci un qualche tipo di documento contenente informazioni... è per questo che sono stato contattato?»
«Ancora non ne abbiamo la certezza, ma... sì, l’idea è quella» confermò.
Ero sbalordito. Mi aspettavo qualcosa di sorprendente, vista l’incredibile datazione del reperto, ma che avrei lavorato su un messaggio lasciato da una civiltà con un livello di evoluzione paragonabile al nostro, mai l’avrei immaginato.
Il vento si era intensificato quando finalmente giungemmo alla base. Quei cento metri mi erano sembrati interminabili.
Entrammo nel vestibolo all’ingresso per spogliarci. Mi sedetti su una panca in legno per togliermi gli stivali poi, sfilandomi la giacca a vento, gli chiesi: «Posso farle una domanda alla quale finora non ho ancora ricevuto una chiara risposta?»
Ad un suo cenno affermativo continuai: «Siamo certi sulla datazione? Davvero quella cosa risale a duecentocinquanta milioni di anni fa?»
Lay restò per un attimo immobile. Si percepiva una tensione e una certa difficoltà nell’affrontare la questione quando infine mi rispose.
«Tutto fa pensare che sia così.»
Vide l’incredulità nei miei occhi e si sentì in dovere di precisare: «Lo so, è incredibile. Tutti noi ancora stentiamo a crederlo ma abbiamo ripetuto gli esami innumerevoli volte e danno sempre lo stesso risultato: la datazione risale all’incirca a duecentocinquanta milioni di anni fa».
Quella data mi era familiare. Risaliva esattamente al periodo dell’estinzione di massa più disastrosa che il nostro pianeta avesse mai visto.
I giorni seguenti furono relativamente tranquilli, il tempo clemente e il cielo una coltre uniforme di nuvole. Navigammo, a tratti avvolti dalla nebbia, in un paesaggio spettrale e affascinante allo stesso tempo. Mi sentivo come se mi avessero catapultata in una foto in bianco e nero. Nessun colore riusciva ad emergere in quel grigiore. Grigio era il mare, grigio il cielo, e grigio il dorso delle balene che talvolta incrociavano la nostra strada.
Il capitano fece accelerare i motori e, dopo diverse ore di navigazione, avvistammo finalmente la zona morta. Era enorme. Si estendeva per almeno un centinaio di chilometri e, come ci aveva anticipato il professore, ruotava a grande velocità. Sembrava un uragano che affondava nelle profondità marine.
Faceva uno strano effetto vedere questo enorme gorgo nel bel mezzo dell’oceano, come se fosse un oggetto alieno che nulla aveva a che fare con le acque circostanti.
Mi avvicinai ad Oliver. Si teneva stretto al parapetto fissando l’enorme vortice, e nel suo sguardo intravidi sensazioni contrastanti. Intuii che quello strano fenomeno lo affascinava ma al tempo stesso ne era terrorizzato. Da scienziato non vedeva l’ora di indagarne le cause, ma da uomo temeva ciò che infine avrebbe potuto scoprire.
«Credi davvero che siamo noi i responsabili di tutto questo?» mi chiese, indicando le acque turbinanti. Nei suoi occhi lessi una profonda tristezza. Capii che si sentiva colpevole di appartenere alla stessa umanità che,









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